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martedì 4 ottobre 2016

Appelli per l'Assistenza materna

Uno dei problemi principali che le città e i paesi devono affrontare quando uno Stato è in guerra e come sopravvivere nella vita di tutti i giorni senza l’aiuto di figli, mariti e padri nella vita di tutti giorni. Problemi che abbiamo visto già in altri post, che riguardavano principalmente le condizioni di lavoro imposte alle donne o i modi in cui aiutare le famiglie dei richiamati.

 Con l’avvicinarsi del periodo estivo e l’inizio della monda, intanto, un altro problema inizia a essere pressante. Cosa fare con i ragazzi e i bambini che, con l’inizio del periodo della monda, si ritrovano a essere lasciati a casa. In uno dei primi post abbiamo visto come si fosse tentato di abbassare l’età di accesso alla monda, in modo da dare la possibilità ai ragazzi più grandi di dare una mano alla famiglia economicamente e di occupare il loro tempo lavorando. Passato un anno, si moltiplicano gli appelli affinché si aumentino gli sforzi e le opere per dare assistenza a questi ragazzi. Tra i primi a lanciare l’appello è del vicario di Prarolo Paolo Bodo, che chiede ai comuni, ai comitati di previdenza, alle persone agiate di creare e finanziare l’istituzione dell’Assistenza materna: «aventi il nobile e santo scopo di assistere e custodire i poveri bambini delle mondarisi, di provvedere ad essi la minestra, di alleviare più che sia possibile da spese le povere famiglie dei richiamati – opere che erano – di semplice convenienza nel passato, nell'ora presente è diventata una vere ed impellente necessità» (La Sesia, 20 maggio ’16).


 L’appello viene ripetuto sul giornale La Sesia  in una lettera pubblicata su prima pagina, che vuole sottolineare i problemi riguardanti l’Assistenza materna per i comuni del contado, che «se per il passato esso non assunse l’importanza dei due primi, si fu, perché, trovandosi ancora a casa i padri, potevano essi stessi attendere ai bisogni delle loro famiglie e le madri – almeno gran parte di esse – potevano curare esse stessi i loro bambini; ora, invece, che la maggior parte dei padri sono chiamati dalla Patria a compiere il loro supremo dovere di buoni italiani (…) i poveri bambini, posti a custodia di altri bambini, che sebbene più grandicelli, non sono meno bambini ed inesperti di quelli che custodiscono, passano le intiere senza che un occhio vigili alla loro custodia, senza poter avere un po’ di minestra (…) Stando così le cose, chi non vede in questi bambini i medesimi bisogni degli orfani della guerra e dell’infanzia abbandonata». L’appello della lettera è quindi chiaro: promuovere e finanziare la creazione di altri centri per l’Assistenza materna che possano essere funzionanti durante il periodo della monda e anche oltre, perché: «i generosi che si faranno promotori dell’istituzione dell’Assistenza materna, nei comuni rurali, si avranno, oltre la benedizione di Dio, il più cordiale ringraziamento dei padri e delle madri e il più alto plauso della patria».

giovedì 26 maggio 2016

La guerra continua! I socialisti chiedono nuovi contributi

Dopo quasi un anno dall’inizio della guerra ancora non sembra profilarsi all’orizzonte un vero vincitore. Lo stallo nella conduzione della guerra e il suo prolungarsi stanno iniziando a creare molte difficoltà nei Paesi partecipanti al conflitto. Se c’era qualcosa che proprio nessuno si aspettava è che la guerra potesse non finire in tempi brevi. Per questo gran parte dei provvedimenti presi nei mesi precedenti sembrano essere insufficienti. Per questo i socialisti a Vercelli iniziano ad alzare la voce per cercare di ottenere maggiori risorse da stanziare ai lavoratori e le loro famiglie.

Primo obiettivo sono i padroni di terreni e risaie, accusati dal giornale socialista La Risaia di non aver aumentato la paga dei loro lavoratori nonostante il costo della vita stia aumentando sensibilmente. La scusa addotta dai padroni è la povertà delle annate precedenti, che renderebbero impossibile dare più soldi ai loro dipendenti. Ma La Risaia non si fida e chiede a agricoltori e parlamentari di indagare su questa cosa, in modo da dimostrare la veridicità delle affermazioni dei padroni. «I nostri agricoltori non trovano mai l’annata buona per aumentare qualche soldo di paga ai contadini. Noi quest’anno, come abbiamo ripetutamente detto, non vogliamo fare nessun movimento organizzato: ci si lasci almeno la soddisfazione di dimostrare che la risposta che ci fu data non è giusta» (La Risaia, 4 marzo 1916).



Il secondo bersaglio è quello del sindaco Piero Lucca e della sua politica. Il sindaco Lucca, racconta il giornale, era salito al potere prima dell’inizio della guerra vincendo un elezione grazie a un programma di stampo liberista e alla promessa di non imporre nuove tasse durante il suo mandato. «I contribuenti hanno uno straordinario timore delle tasse, e posti al bivio tra i socialisti, che volevano imporre balzelli sui ricchi ed abolire il dazio gravante sui poveri, e la autorevole sicumera affermante che di danari ce n’erano anche troppo, non hanno esitato un minuto» (La Risaia, 11 marzo 1916). La promessa era quindi stata mantenuta; anzi, il sindaco ne aveva tolte altre che gravavano sui proprietari con diversi tagli nel bilancio. «Perché noi avremmo compreso tener fede a tal promessa – diffusa alle turbe dal suo amico Gallardi – nei periodi di lavoro e di pace, quando i bisogni delle famiglie, le miserie, i patimenti rappresentavano l’eccezione (…), ma l’incocciarsi tedesco a non voler mutar sillaba a un sillabo elettorale, proprio in questi momenti dolorosi, ci riesce incomprensibile». La soluzione è semplice per La Risaia: «tassi senza misericordia i contribuenti che posseggono, che hanno industrie, che hanno case, che hanno esercizi e devolva il ricavato alla sottoscrizione pro famiglie dei richiamati». In questo modo, il Comune sarebbe in grado di far fronte alle difficoltà delle famiglie dei richiamati e si potrebbe così rifarsi di tutti coloro  che «hanno e non danno», quei cittadini più facoltosi che volontariamente non partecipano alle sottoscrizioni più avendone i mezzi. «L’inverno è stato lungo: non è ancora finito; il pane ed il carbone sono a carissimo prezzo: i pochi soldi che il Governo elargisce non possono in piccola parte lenire tanta miseria. Ci giungono di tanto in tanto, dal fronte, lettere di nostre compagni, ripiene d’ansia e di dolore per la sorte dei loro vecchi,  delle loro donne, dei loro bambini».



mercoledì 13 aprile 2016

Il prestito nazionale e le scuole di Cigliano

Giunti al 1916, il governo italiano inizia a lanciare richieste ai cittadini affinché sostengano  lo sforzo dell’esercito italiano sottoscrivendo un prestito che «assicura un reddito netto del 5.12 per cento d’interesse annuo esente da ogni tassa presente e futura, poiché tutti sono compresi dell’alto fine nazionale, di questo prestito, che a giusta ragione si deve chiamare Prestito della Vittoria» (La Sesia, 4 febbraio ’16).
Alcune cartoline sul Prestito Nazionale


Questa raccolta di denaro viene quindi sponsorizzata sulla Sesia, che invita il pubblico a spogliarsi «da dubbi ingiustificati, da timori e da pregiudizi, poiché il Prestito attuale non è altro che un debito dello Stato, come tutti gli altri debiti dello Stato e come gli altri garantito nel modo più assoluto … È bene mettere in chiaro che coloro che sottoscrivono ora, si assicurano per non meno di dieci anni, un reddito superiore a quello di tutti gli altri valori di Stato, poiché per tanti il Governo si è impegnato solennemente a non ridurre l’interesse del Prestito; per dieci anni, vale a dire per un lungo periodo dopo la conclusione della pace». L’appello della Sesia, quindi, è quello di convincersi a prestare soldi allo Stato, evitando di aspettare “prestiti a condizioni migliori”, perché «Codesti astensionisti, che credono di poter speculare sull’avvenire, dimenticano che, se nuovi Prestiti dovranno essere emessi, a prezzo minore od a saggio maggio, anche i possessori dei prestiti precedenti saranno chiamati a goderne il beneficio». «Vi può ancora essere della gente dubbiosa – si chiede La Sesia – che forse non esiterebbe davanti a speculazioni azzardate, la quale si mantenga tuttavia indecisa a prestare del denaro, sul cui titolo il debitore è lo Stato, la nostra Italia».


Alcune cartoline sul Prestito Nazionale
Tra gli esempi virtuosi che la Sesia racconta, uno arriva dalla scuola del comune di Cigliano. Qui il Regio Ispettore Prof. Zucchelli aveva avanzato agli insegnanti la proposta di raccogliere i soldi nelle scuole e con quelli acquistare due titoli del nuovo Prestito Nazionale del valore di 100 lire, che poi verranno consegnate alla Croce Rossa come pagamento per l’iscrizione delle scuole di questo comune «Fra i soci perpetui dell’umanitaria istituzione». L’iniziativa ha subito successo: «Già venne trasmessa al R. Ispettore la prima rata di L. 19 e verranno senza dubbio inviate le successive quote mensili (…) Gli scolari vanno a gara sulle esortazioni dei propri maestri, nel consegnare di quando in quando i loro piccoli risparmi. In modo speciale vanno segnalati quelli del corso popolare diretto dalla maestra Maria Vincenza Carando, i quali, col cuore infiammato di amor patrio e col vivo desiderio di lenire le sofferenze dei nostri eroi, ogni giorno depongono il loro obolo nella cassettina che la loro maestra tiene sulla cattedra, vicino al vivido emblema della Croce Rossa (…) il nostro plauso ai bravi alunni delle scuole di Cigliano, ai benemeriti insegnanti e un plauso tutto speciale al distinto Ispettore scolastico (…) Possa così il valoroso nostro esercito, coll’incoraggiamento ed il contributo delle popolazioni, mantenere quell’entusiasmo che già tanto lo ha distinto per valore e dare alla nostra bella Patria il trionfo finale della vittoria».

mercoledì 20 gennaio 2016

Le ristrettezze della guerra frenano il vercellese

Più passano i mesi di guerra, più aumentano in Vercelli e nel vercellese le situazioni di emergenza continuano a moltiplicarsi andando a colpire diversi ambiti. Nelle settimane precedenti abbiamo visto come le attività commerciali, o le attività scolastiche. All'inizio di dicembre nuovi problemi sorgono legati alla mancanza di carbone e per la requisizione del cibo.

Un tratto della Biella-Vercelli (fonte www.wikipedia.it)
Come detto nelle scorse settimane, con l’inverno alle porte il carbone diventa un bene prezioso e da centellinare, tanto che nelle scuole si passa dalla refezione calda a quella fredda e la cassa di risparmio di Vercelli deve intervenire per permettere alle famiglie di poter comprare il carbone a prezzi accessibili. Ora la scarsità di carbone colpisce le linee tramviarie del vercellese e la loro capacità di poter caricare e trasportare merci. «Il disservizio ferroviario – spiega il giornale La Sesia– ha portato come prima conseguenza la sospensione della accettazione delle merci ai Tramnvays Vercellesi. Adesso si è venuti a una decisione anche più radicale e dolorosa: a cominciare da ieri i treni viaggiatori su tutte le linee della Società dei Tramnvays Vercellesi sono ridotti della metà, per la scarsità di carbone che il tram tiene nei suoi magazzini e per le insuperabili difficoltà di rifornimento. Il carbone esistente in magazzino sarebbe bastato per tirare innanzi si e no una dozzina di giorni; riducendo le corse alla metà si potrà durarla per una ventina di giorni; dopo, se non ne arriva, si dovranno sospendere addirittura tutte le corse… e si ritornerà alla corriera!» (La Sesia, 7 dicembre ’15) il tutto proprio nei giorni in cui un importante presidio di fanteria si sta per stabilirsi a Trino, rischiando di rimanere isolato dal comando di Vercelli.


Altra difficoltà che colpisce il territorio Vercellese, quello della requisizione dei prodotti agricoli per poter rifornire l’esercito. «Vi è nella classe degli agricoltori, e non solamente fra noi, un vivo malcontento per i sistemi adottati nella requisizioni dei foraggi per l’esercito» racconta La Sesia. Non che naturalmente gli agricoltori vogliano creare difficoltà all'esercito, «ma essi non trovano né giusto né equo che il loro sacrificio, al quale si sottopongono con patriottica abnegazione, vada a favore, non dello Stato, ma della privata speculazione (…) Numerosi sono, anche nel Vercellese, gli agricoltori che reclamano, ed a ragione, contro il sistema di cattive requisizioni militari, fatte con l’assistenza ed a profitto di fornitori impresari, con grave danno dell’economia dello Stato e dell’agricoltura (…) A Santhià, a Tronzano ed in altri nostri paesi si presentarono nelle tenute due ufficiali del Commissariato assistiti da un impresario di Torino, e requisivano le quantità di foraggi che volevano senza curarsi del fabbisogno strettamente necessario alla azienda, ed a prezzi vantaggiosi solamente per l’appaltatore» (La Sesia, 10 dicembre ’15).  La difesa degli agricoltori vercellesi, insieme a quelli italiani, viene presa dalle varie associazioni e dall'Onorevole Ranieri, che alla camera riporta le richieste degli agricoltori, che chiedono una ripartizioni degli oneri che sia equo diretta da una commissione centrale senza valersi di privati. Provvedimento che viene analizzato e approvato dal Parlamento.

martedì 3 novembre 2015

Il trapianto del riso introdotto nel vercellese

Questo post probabilmente non toccherà così da vicino l’argomento guerra, ma parla di un argomento di sicura importanza per la storia del territorio vercellese.

La stazione sperimentale oggi
Il 10 settembre La Sesia lancia in prima pagina un articolo dell’Introduzione del trapianto del riso nella provincia di Vercelli. Nella Stazione sperimentale di risicoltura di Vercelli questo sistema, molto diffuso soprattutto in Oriente, era in studio da diverso tempo (già a partire dal 1912) e finalmente «in seguito  a continui studi ed esperimenti fatti per parecchi anni di seguito, ha intrapresa un’attiva campagna per l’introduzione del sistema di coltivazione del riso per trapianto nella nostra provincia» (La Sesia, 10 settembre ’15). In cosa consisteva questa tecnica? La procedura era questa: si coltivavano il riso in piccoli appezzamenti prima di strappare le piantine da questi e reimpiantarli nella dimora definitiva.  Durante l’anno del 1915, la Stazione sperimentale di risicoltura di Vercelli aveva bandito un concorso a premi (assegnati dall'Associazione agraria Novarese) con lo scopo di promuovere questa nuova tecnica tra tutti i nostri risicoltori, e per favorire il tutto erano stati convocati in provincia dalla Spagna anche due  operai trapiantatori per dare istruzioni sull'argomento ai risicoltori.


il professor Novello Novelli
Secondo quanto riportato dal giornale, il nuovo sistema di coltivazione porterà nel futuro del vercellese. «Come la Stazione si ripromette – spiega il giornale- questo sistema potrebbe portare alla nostra provincia anzi tutto dei vantaggi igienici rilevantissimi, poiché permette di abbreviare la durata dell’irrigazione di circa un mese e mezzo e di sostituire il lavoro di mondatura, che vien fatta in terreno sommerso da parecchio tempo, in acqua calda afosa, ove sono spesso materie organiche in putrefazione, col lavoro di trapianto che vien fatto in terreno arato di fresco e sommerso solo due o tre giorni prima» il tutto rendendo il lavoro molto più igienico e meno salutare per il corpo di lavoratori e lavoratrici delle risaie. Ma questi non erano i soli vantaggi che questa nuova tecnica poteva introdurre: «un prodotto anteriore di foraggio o di sovescio, il risparmio notevole di seme, l’inallettabilità del riso e, quando sia ben condotto, un prodotto più sano, migliore di qualità e più abbondante». Nel corso dell’anno molti risicoltori avevano iniziato a praticare questo sistema e «Parecchi di questi esperimenti- spiega in fine il giornale – sono già ben riusciti, altri lasciano a desiderare per imperfezioni di applicazione, ma come ogni nuova pratica, superate col buon volere le prime difficoltà (…) Questo sistema lascia la speranza per i suoi vantaggi igienico-economico-sociali di poter diventare, come qualche risicoltore l’ha già chiamato, il sistema dell’avvenire».

lunedì 12 ottobre 2015

Le richieste alle Ferrovie di Stato: "Dateci più vagoni!"

Ferrovie al fronte (fonte www.14-18.it)
Mentre si avvicina il quarto mese di guerra, i problemi del “fronte interno” vercellese si fanno sempre più pressanti. Il Vercellese, nei primi mesi di guerra, aveva già dovuto affrontare problemi legati alla chiusura delle esportazioni che impedivano di poter smerciare le derrate del riso e i lunghi bracci di ferro per la regolamentazione dei contratti di schiavenza (proprio a fine agosto giunge un decreto luogotenenziale che permette a coloni, affitta voli e salariati fissi di poter prorogare i contratti di lavoro che causa un acceso dibattito sugli oneri di lavoratori e datori di lavoro), influenzati dalla partenza degli uomini verso il fronte. Ora un nuovo problema si presenta ponendo un ulteriore ostacolo nei campi già pericolanti dell’industria e del commercio.

Trasporto rifornimenti (fonte www.14-18.it)
I problemi riguardano la gestione dei treni fatta dalle Ferrovie di Stato e, più di preciso, della mancanza di vagoni che impongono un freno alle esportazioni. Le Ferrovie di Stato erano state protagoniste dell’iniziale mobilitazione dell’esercito e del trasporto delle truppe verso il fronte, e in questo compito, conferma anche La Sesia, «le Ferrovie di Stato si sono veramente fatto onore» (La Sesia, 29 agosto ’15). Ma ormai la mobilitazione delle truppe si è conclusa e quindi l’amministrazione ferroviaria ora «dovrebbe poter provvedere alle ridotte esigenze dell’esercito ed a quelle- che sono pure legittime, trattandosi degli interessi economici del paese, trattandosi degli interessi economici del paese in un momento così grande – del commercio e dell’industria. Tanto più che, pur troppo, anche le richieste del commercio sono ridotte». Ma poiché «le magre ragioni dell’amministrazione ferroviaria per giustificare questo stato di cose che neppure lo stato di guerra può spiegare», le associazioni decidono di protestare presso l’amministrazione delle Ferrovie di Stato.


Carri treno con pezzi di artiglieria (fonte www.14-18.it)
La prima a muovere passi concreti è il Casino di Commercio di Vercelli, associazione agricola e commerciale vercellese, che invia alla direzione di Torino delle Ferrovie di Stato un telegramma in cui si protesta nuovamente la mancanza di vagoni nella stazione di Vercelli e l’obbligo appena introdotto di frazionare i vagoni (che aggrava le spese di trasporto). La richiesta è quindi quella di fornire il prima possibile un invio di vagoni che possano aiutare a consegnare le merci ai destinatari. Si muovono anche le istituzioni, e il 24 agosto il sindaco di Vercelli, Piero Lucca, riferisce la risposta che a lui giunge da Torino alla richiesta del Casino. Le Ferrovie rimarcano ancora le difficoltà di reperire vagoni dovute principalmente alla guerra e al loro utilizzo militare. Ma si difendono ricordando che «alla stazione di Vercelli, nel periodo dal 16 al 20 corrente, sono stati caricati ben 291 carri, ciò dimostra che si fa tutto il possibile per fornire il materiale corrente». Tuttavia, le Ferrovie di Stato terranno presente le richieste dell’associazione in modo da fornire un maggior numero di vagoni. Perché in fondo, come ricorda La Sesia «la crisi commerciale attuale, conseguenza inevitabile e provveduta della guerra, non dovrebbe essere aggravata dalle difficoltà degli scambi».



 

lunedì 14 settembre 2015

Il dibattito sul prezzo del grano sui giornali vercellesi

Oltre alla guerra sulle spalle degli italiani e dei vercellesi a fine luglio inizia a pesare anche un rincaro del prezzo del grano, dovuto tra l’altro a una annata agricola non abbastanza soddisfacente. Il tutto andava chiaramente a colpire anche l’economia vercellese, che era già debilitata dall'impossibilità d’esportazione di riso all'esterno. Sulla Sesia del 27 giugno la questione del mercato del grano finisce in prima pagina con un articolo scritto da Carlo Sacchi il quale descrive gli enormi sbalzi «avvenuti nei prezzi del frumento in poco più di un mese e mezzo. Dalle L. 44 il quintale a cui era quotato in fine di maggio, ebbe a discendere a L. 34 verso la fine di giugno. Iniziatosi il nuovo raccolto, le prime partite apparse sul mercato vennero quotate circa L. 32. Ma sparsasi la voce che il raccolto fosse deficiente, tanto che in circa dieci giorni i prezzi salirono a L.40 il quintale!» (La Sesia, 27 luglio ’15). Sacchi quindi, chiede un intervento diretto del Governo: se il raccolto fosse veramente scarso, il Governo allora dovrebbe acquistarne all'estero in modo da abbassarne il prezzo; se il raccolto invece fosse sufficiente allora il Governo dovrebbe frenare la speculazione imponendo un calmiere ai prezzi. La richiesta viene mandata direttamente al Ministro dell’agricoltura Giannetto Cavasola, affinché provveda al più presto al benessere del popolo.

il ministro dell'agricoltura Giannetto Cavasola
Il dibattito viene alimentato dalla Sesia nel numero successivo, quando sempre in prima pagina finisce un articolo del Cavalier Cesare Gusmani, consigliere dell’Ufficio Agrario della Provincia di  Novara che dissente dalla visione di Carlo Sacchi. Gusmani afferma di non meravigliarsi più di tanto delle oscillazioni di prezzo del mercato del grano, risultati della «ferrea legge della domanda e dell’offerta, alla quale non può sottrarsi nemmeno il grano» (La Sesia, 30 luglio ’15). Il Consigliere poi critica la scelta di Sacchi, che chiedeva di fissare a 26 lire il prezzo del grano, una cosa impensabile per Gusmani poichè è la guerra che ha comportato «oneri ben maggiori che ora pesano sull'agricoltore per il rincaro della mano d’opera, del bestiame da lavoro, del concime, delle macchine agricole ecc. ecc.? (…) Io sono d’avviso che non sia il caso di impressionarsi soverchiamente e di adottare misure draconiane. Il Governo ha a sua disposizione un’arma efficacissima, per influire sul mercato del frumento, nell'importazione diretta dal di fuori». Il calmiere, invece, nasconde troppe insidie e sicuramente non si dovrebbe partire dalle 26 lire pensate all'inizio da Sacchi


Ad avere un’opinione più radicale sull'argomento è, invece, La Risaia, che un giorno dopo l’articolo di Gusmani in prima pagina presenta un articolo dal titolo Il Governo deve requisire il grano. Vista l’impossibilità di poter comprare grano dalla Russia per la guerra, e visto che il cambio sfavorevole rende il comprare grano dall'India o dall'America molto costoso (nonostante la decisione di revocare i dazi nell'acquisto di grano dall'estero) l’unico rimedio per i socialisti è quello di requisire il grano, in modo che «gli speculatori non possano arricchirsi dal male della patria» (La Risaia, 31 luglio ’15). Il giornale si rende conto che si tratta di una soluzione drastica, ma «quando si tratta di tener lontano il nemico dal suolo della patria non val nulla la vita e la proprietà deve essere pronta anch'essa a tutti i sacrifizi. L’economia di guerra sfugge alle solite regole (…) il germe velenoso dell’economia nostra di guerra è lo speculatore. La requisizione del grano è una disinfezione del mercato. Distruggete gli speculatori, requisite il grano».

lunedì 7 settembre 2015

Le donne e la guerra! Due punti di vista differenti


Donne portatrici di ghiaia per costruzione di strade
«No, non sorridete! Le mie eroine sono umili e modeste persone; e non agitano tricolori, non mettono il loro nome in una sottoscrizione, non figurano a capo di un comitato, non dicono parole di cui esse stesse ascoltino con compiacenza la risonanza. Sono madri esemplari, mogli coraggiose, sorelle miti e buone» (La Sesia 11 luglio ’15). Con queste parole si apre un lungo articolo dal titolo Poesia e virtù dell’eroismo femminile, con il quale per la prima volta a un mese e mezzo dall’inizio della guerra, l’attenzione viene posta lontano dagli uomini al fronte e portato verso quelle che sono le custodi delle case durante la guerra, le donne. L’articolo del giornale vercellese mira a elogiare il sacrificio «semplice con cui compiono il loro dovere di rassegnazione – che è – il più sublime slancio patriottico che si possa chiedere ad una donna!». L’elogio viene specialmente rivolto a tutte quelle donne che durante il conflitto hanno perso il proprio marito o figlio e che «per tutta la loro vita porteranno il lutto fecondo della memoria educatrice di sacrificio e di abnegazione, che raccoglie e rinforza lo spirito». Non che le altre donne, specifica l’autore anonimo dell’articolo, che svolgevano opere di carità non meritassero un encomio anche loro. Ma l’ammirazione va per la maggior parte verso quelle donne che «vivranno compiendo il dovere duplice di fare da padre e da madre ai propri figli con forza virile, se sono mogli; di riversare, se madri, sui superstiti gli affetti di cui i morti non hanno più bisogno coltivando con amore e con dolore il fiore della memoria sulla fossa del caduto pel riscatto dei fratelli e per la salvezza e la grandezza della patria».


Mondine durante il raccolto
Poco meno di due settimane dopo, anche La Risaia decide di affrontare lo stesso tema, con un articolo in prima pagina sulle donne e, specialmente, su quelle il cui marito si trova al fronte;  il tono, tuttavia, è completamente diverso. L’autore del pezzo, dal titolo Altre Miserie, pone l’attenzione sulle difficoltà che le mogli dei richiamati devono sopportare. «Abbiamo casi di famiglie il cui capo, richiamato al servizio militare, faceva una sola famiglia coi vecchi genitori ai quali col proprio lavoro provvedeva col pane, sia pure misurato, un piccolo, ma sicuro asilo» (La Risaia 24 luglio ’15). Ora, con i mariti lontani, il giornale fa notare come sulle spalle delle mogli ricada l’onere di occuparsi di figli minorenni (e inabili al lavoro) e dei genitori «poiché è risaputo che lo stato sovvenziona soltanto quei genitori che oltre al raggiungere una certa età convivano con il figlio richiamato, ma non ammogliato». Una difficoltà che, secondo l’articolo, porterebbe molte donne a dover “sacrificare” le attenzioni ai vecchi genitori per darle ai figli piccole. Ma le “miserie” non sono solo queste. Ci sono donne che «non poterono prima per gravidanza avanzata, poi per il parto e l’allattamento del neonato fare la stagione della monda. E il marito è lontano, e il danno patito è grave e gravissimo apparirà quando si pensi che per i loro doveri di madri non potranno neanche fare la stagione del taglio». Il tutto mentre si stava avvicinando l’inverno, con le necessità economiche che questo porta, con l’affitto e il cibo da mangiare. L’articolo si chiude quindi con una richiesta verso il Governo: che questi problemi siano risolti il prima possibile, magari assegnando ai neonati e alle mogli una indennità in modo da risolvere questi problemi gravosi «poiché la natura e l’innocenza non sono colpevoli dei … peccati  degli uomini». 

Donne e bambini in una casa ambulante durante la Grande guerra
(fonte www.14-18.it)