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lunedì 14 settembre 2015

Il dibattito sul prezzo del grano sui giornali vercellesi

Oltre alla guerra sulle spalle degli italiani e dei vercellesi a fine luglio inizia a pesare anche un rincaro del prezzo del grano, dovuto tra l’altro a una annata agricola non abbastanza soddisfacente. Il tutto andava chiaramente a colpire anche l’economia vercellese, che era già debilitata dall'impossibilità d’esportazione di riso all'esterno. Sulla Sesia del 27 giugno la questione del mercato del grano finisce in prima pagina con un articolo scritto da Carlo Sacchi il quale descrive gli enormi sbalzi «avvenuti nei prezzi del frumento in poco più di un mese e mezzo. Dalle L. 44 il quintale a cui era quotato in fine di maggio, ebbe a discendere a L. 34 verso la fine di giugno. Iniziatosi il nuovo raccolto, le prime partite apparse sul mercato vennero quotate circa L. 32. Ma sparsasi la voce che il raccolto fosse deficiente, tanto che in circa dieci giorni i prezzi salirono a L.40 il quintale!» (La Sesia, 27 luglio ’15). Sacchi quindi, chiede un intervento diretto del Governo: se il raccolto fosse veramente scarso, il Governo allora dovrebbe acquistarne all'estero in modo da abbassarne il prezzo; se il raccolto invece fosse sufficiente allora il Governo dovrebbe frenare la speculazione imponendo un calmiere ai prezzi. La richiesta viene mandata direttamente al Ministro dell’agricoltura Giannetto Cavasola, affinché provveda al più presto al benessere del popolo.

il ministro dell'agricoltura Giannetto Cavasola
Il dibattito viene alimentato dalla Sesia nel numero successivo, quando sempre in prima pagina finisce un articolo del Cavalier Cesare Gusmani, consigliere dell’Ufficio Agrario della Provincia di  Novara che dissente dalla visione di Carlo Sacchi. Gusmani afferma di non meravigliarsi più di tanto delle oscillazioni di prezzo del mercato del grano, risultati della «ferrea legge della domanda e dell’offerta, alla quale non può sottrarsi nemmeno il grano» (La Sesia, 30 luglio ’15). Il Consigliere poi critica la scelta di Sacchi, che chiedeva di fissare a 26 lire il prezzo del grano, una cosa impensabile per Gusmani poichè è la guerra che ha comportato «oneri ben maggiori che ora pesano sull'agricoltore per il rincaro della mano d’opera, del bestiame da lavoro, del concime, delle macchine agricole ecc. ecc.? (…) Io sono d’avviso che non sia il caso di impressionarsi soverchiamente e di adottare misure draconiane. Il Governo ha a sua disposizione un’arma efficacissima, per influire sul mercato del frumento, nell'importazione diretta dal di fuori». Il calmiere, invece, nasconde troppe insidie e sicuramente non si dovrebbe partire dalle 26 lire pensate all'inizio da Sacchi


Ad avere un’opinione più radicale sull'argomento è, invece, La Risaia, che un giorno dopo l’articolo di Gusmani in prima pagina presenta un articolo dal titolo Il Governo deve requisire il grano. Vista l’impossibilità di poter comprare grano dalla Russia per la guerra, e visto che il cambio sfavorevole rende il comprare grano dall'India o dall'America molto costoso (nonostante la decisione di revocare i dazi nell'acquisto di grano dall'estero) l’unico rimedio per i socialisti è quello di requisire il grano, in modo che «gli speculatori non possano arricchirsi dal male della patria» (La Risaia, 31 luglio ’15). Il giornale si rende conto che si tratta di una soluzione drastica, ma «quando si tratta di tener lontano il nemico dal suolo della patria non val nulla la vita e la proprietà deve essere pronta anch'essa a tutti i sacrifizi. L’economia di guerra sfugge alle solite regole (…) il germe velenoso dell’economia nostra di guerra è lo speculatore. La requisizione del grano è una disinfezione del mercato. Distruggete gli speculatori, requisite il grano».

lunedì 24 agosto 2015

Come combattere la crisi risicola! Una proposta del professor Novelli

il professor Novello Novelli
Ad appena quaranta giorni dall'inizio della guerra le prime difficoltà generate dal conflitto iniziano a manifestarsi in tutta la loro grandezza. A iniziare a traballare è la più importante attività del Vercellese, la risicoltura. Il primo a lanciare l’allarme, sulle colonne La Sesia del 2 luglio 1915, è il professor Novello Novelli, laureato in scienze agrarie ed esperto di risicoltura, che nel suo articolo Verso una grave crisi risicola, lancia un allarme chiedendo al governo di intervenire in difesa dei produttori di riso. Con l’inizio della guerra in Europa il Governo aveva deciso per un divieto dell’esportazione del riso provocando un ribasso del prodotto. Questo era quindi diventato l’unico cereale a mantenersi a un prezzo normale, mentre tutti gli altri avevano visti grandi rincari.  Il consumo interno del riso però, fa notare Novelli  «anche perché il Governo non ha creduto nelle presenti contingenze di integrare il divieto di esportazione con provvedimenti atti a favorirlo che pur vennero consigliati e richiesti, non ha assorbito, come già prevedevamo e sostenemmo, che ben poca cosa in più del consumo ordinario» (La Sesia 2 luglio ’15). Proprio per questo «le giacenze di risone e di riso che rimangono (…) sono veramente enormi; i prezzi, malgrado la guerra, tendono ora a diminuire» senza che questi possano essere in realtà venduti. Novelli stima che, all'inizio del nuovo periodo di raccolta, due milioni di quintali di riso della stagione precedente rimarranno non collocati. Riso che probabilmente rimarrà invenduto e che finirà per rovinarsi. «I produttori che non possono vendere perché non vi è richiesta, non possono liberare i magazzini pei nuovi prodotti, non possono realizzare il valore, quale esso si sia, della produzione passata, mentre le coltivazioni in corso esigono le più forti anticipazioni di spese».


Il ministro dell'Agricoltura
Giannetto Cavasola
Lo stesso problema viene evidenziato sullo stesso numero della Sesia dalla Confederazione delle Associazioni fra gli agricoltori della Lomellina, del Novarese e del Vercellese in una seduta del 30 giugno. Il comunicato pubblicato sul giornale ricorda come sulle regioni dove «la produzione risicola è la più importante, si affaccia la crisi più grave. Per il permanere del divieto di esportazione e per l’esiguo consumo interno verificatosi, le giacenze di risone e di riso che rimangono ancora, a poco più di due mesi dalla nuova raccolta, presso i produttori, negli stabilimenti di lavorazione, nei magazzini di custodia, sono veramente enormi». Sia per il professor Novello Novelli e per la Confederazione la soluzione era una sola. Nel 1914 la crisi era stata scongiurata permettendo una limitata esportazione del riso, il che aveva permesso di mettere in vendita le giacenze del raccolto, prima di essere nuovamente proibita in nome della neutralità. La richiesta del Professor Novelli e della Confederazione è la stessa: siccome con il divieto di esportazione «il Governo ha già conseguito lo scopo di mantenere il prezzo del riso all’interno uguale (…) sembra ai risicultori che a tutto vantaggio della ricchezza nazionale potrebbe essere riconcessa l’esportazione, sia pure per modesta quantità (…) onde anche il mercato possa aver un po’ di respiro». L’idea quindi è questa: nel 1914 per salvarci dalla crisi abbiamo lasciato da parte la neutralità e venduto all'esterno, perché non farlo ora che abbiamo abbandonato la neutralità e abbiamo degli alleati? «Poiché il nostro Paese ha ormai fortunatamente e felicemente fissato il suo posto – propone Novelli – nella conflagrazione europea e non si trova più fra l’incudine ed il martello della neutralità, perché ora non può essere anche in parte limitata, concessa la esportazione di questo prodotto che ci sovrabbonda, almeno verso i Paesi a lato dei quali combattiamo?». In fondo, spiega Novelli, i risicoltori sono ancora pronti a sacrificarsi per il Paese, ma «vorrebbero essere almeno sincerati che quelli che ora s’impongono ad essi per l’avvenire sono conosciuti e sono veramente necessari e utili al bene del Paese».

lunedì 27 luglio 2015

Che fare dei ragazzi? Dibattiti e provvedimenti sui giovani infiammano il vercellese

Con l’entrata in guerra dell’Italia avvenuta con l’estate e il periodo del lavoro nei campi ormai alle porte inizia a emergere un problema. Vista la fine delle scuole imminenti, e che i campi e le risaie richiedono lavoro, cosa fare dei bambini più piccoli che fanno parte di una famiglia di un richiamato alle armi? Una legge dello Stato, infatti, proibisce ai minori di 14 anni di poter lavorare nei campi; quindi cosa farne di questi mentre il resto della famiglia è al lavoro? Uno dei primi provvedimenti viene preso a Gattinara dal il Comitato per l’Assistenza Civile alle Famiglie dei Militari sotto le Armi, presieduto dal Generale Giuseppe Patriarca. Il provvedimento prevede che, a partire da lunedì 14 giugno «tutti i fanciulli d’ambo i sessi dagli anni 6 agli anni 11 appartenenti a famiglie bisognose che abbiano congiunti sotto le armi, verranno ricoverati, custoditi e ben perfezionati in appositi locali dal mattino alla sera» (La Sesia 15’ giugno ’15).

Antonio Salandra, Presidente del consiglio
fino al 18 giugno 1916
A Vercelli, invece, la questione scatena un vero e proprio dibattito tra la città (tramite il suo rappresentante l’onorevole Modesto Cugnolio) e il Governo. L’onorevole, infatti, richiede al governo che la proposta del dottor Nicola Vaccino di una temporanea deroga alla legge per abbassare l’età del lavoro nelle risaie da quattordici a dodici anni sia accettata. La proposta viene appoggiata sia dalla Risaia sia dalla Sesia. Quest'ultima sottolinea come questa iniziativa possa portare benefici economici alle famiglie più povere dei richiamati alle armi su cui «la crisi determinata dalla guerra si ripercuote specialmente (…) Perché non concedere in via eccezionale e provvisoria questa deroga?- si chiede il giornale vercellese - Sarebbe un nuovo aiuto che, nelle ristrettezze attuali, verrebbe accordato a tanta povera gente che, pei richiamati alle armi degli uomini giovani e forti, ha perduto il suo principale sostegno» (La Sesia, 13 giugno ’15). A rispondere all'onorevole Cugnolio è direttamente il Presidente del Consiglio Antonio Salandra, il quale assicura di aver portato la questione all'attenzione del Ministro dell’Agricoltura, il torinese Giannetto Cavasola. Sarà a lui  a verificare la fattibilità della proposta di Vaccino e ad approvarla nel caso. Nonostante però l’ottimismo che traspare dagli articoli delle due testate vercellesi, la richiesta non va a buon fine. Parte del fallimento è dovuto anche alle proteste che arrivano da giornali di Milano e della Lomellina. Questi affermano che una tale proposta non può che giungere dai padroni, i quali vogliono solamente «creare una pericolosa concorrenza fra gli stessi contadini» (La Risaia 19 giugno ’15) non tenendo conto dei pericoli per la salute di questi giovani. 

Giannetto Cavasola, Ministro dell'agricoltura
del governo Salandra
Alle accuse risponde, sempre sulla Risaia, il promotore dell’iniziativa, dottor Nicola Vaccino, rivendicando la sua importanza per combattere la miseria delle famiglie che hanno perso i loro membri più giovani a causa della guerra e accusando i suoi oppositori di non comprenderlo («vivete su su nelle nuvole e cioè, troppo lontani da questi guai»). Inoltre, denuncia Nicola Vaccino, questa legge ha al suo interno una «lacuna deplorevole» poiché mentre impedisce ai ragazzi di andare a lavorare in risaia fino ai 14 anni «eccone un’altra – ricorda - che li allontana irremissibilmente dalla scuola quando hanno compiuto il dodicesimo anno. Fra queste due leggi esiste una lacuna deplorevole e inconcepibile (…) Non è retorica, o signori; è verità sacrosanta che se fosse riconosciuta da voi vi torrebbe la fregola di polemizzare allegramente. Si tratta ad esempio di famiglie il cui capo venne richiamato alle armi: v’è la moglie, vi sono i vecchi genitori, vi è un figlio non ancora quattordicenne; nessuno a diritto al sussidio, eccetto la moglie che dovrà essa sola mantenere la famiglia, se pure è in grado di lavorare». Nonostante le proteste, alla fine Nicola Vaccino deve arrendersi. La proposta per il 1915 viene respinta, ma il lavoro nelle risaie sarà, anche negli anni successivi, tra gli argomenti più dibattuti sul territorio.