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sabato 17 settembre 2016

Le "Grandi Intese" ai tempi della Grande Guerra

Protagoniste indiscusse del presente, le “grandi intese” tra partiti di ispirazione diversa nate per necessità elettorali non sono solo una prerogativa dei nostri tempi, così come le polemiche che attorno a queste nascono. Un esempio ci viene dato dall'amministrazione comunale di Palazzolo durante l’epoca di guerra, dove a governare era una coalizione tra Socialisti e Popolari.

Questa coalizione era nata nel giugno del 1914, a seguito alle elezioni in cui non era emerso un chiaro vincitore ed era nata «sembrava nata fatta per dare prova di modernità e di rinascente energia» (La Sesia, 14 maggio ’16). In realtà, i contrasti tra socialisti e popolari e quelli interni ai socialisti stessi avevano sin dai primi mesi generato problemi. La Sesia  individua il problema dell’amministrazione di Palazzolo nell’aver fatto l’errore di «asservirsi alle imposizioni del partito socialista. L’amministrazione comunale deve essere imparziale e diretta al benessere del paese, deve agire liberamente (…) questa, invece, prima di tutto prese a norma fondamentale della sua azione l’esame e il controllo preventivo dei vari problemi e delle varie questioni, per parte del Circolo Socialista». Nonostante avesse ottenuto diversi risultati (come l’abolizione di funzioni religiose e la soppressione dell’insegnamento religioso nelle scuole) i socialisti attraverso La Risaia che in due anni di amministrazione nessuna vicenda seria fosse stata affrontata e quindi aveva iniziato a espellere loro compagni, a chiedere le dimissioni di consiglieri popolari perché «indegni della pubblica fiducia» e a provare voti di sfiducia contro il sindaco. Insomma, per La Sesia «l’esperimento del partito socialista, che ha voluto assumere la responsabilità del potere con mezzo di ibride coalizioni, è completamente fallito».


Dall’altra parte dello steccato, anche i socialisti si lamentano per lo stesso motivo con l’amministrazione del comune di Palazzolo. Secondo loro, infatti, l’amministrazione è troppo morbida e poco “socialista”, tanto da ricevere continue critiche dal partito. Agli inizi di maggio i socialisti di Palazzolo si riuniscono e, dopo aver deciso per l’espulsione di alcuni iscritti perché rei di essersi recati a lavorare il primo maggio, discutono «sulla condotta amministrativa dei nostri consiglieri comunali causa di continui disaccordi e dell’attuale crisi comunale» (La Risaia, 11 maggio ’16). La discussione porta alla radiazione dal partito di tre consiglieri: Giuseppe Gagnone, Caio Mocca e Giacomo Poy. Come viene spiegata questa situazione dai socialisti? Sulla Risaia un articolo a firma G. Fiorano racconta come si è giunti a questo punto, con elementi che ricordano molte polemiche a noi contemporanee. «Alla vigilia delle elezioni – si legge – i componenti la maggioranza dell’attuale consiglio comunale, ovunque si passasse ci capitavano continuamente fra i piedi e ci promettevano mari e monti, Roma e toma, accentando qualunque proposta che fosse fatta da un solo elettore. Siccome pel passato queste persone almeno una parte di queste non rappresentava che la minoranza e quindi l’opposizione alla maggioranza allora imperante, gli elettori non potevano farsi un giudizio esatto sulle idee loro» e quindi, di quello che potevano fare. Per questo, secondo i socialisti, erano stati eletti consiglieri poco adatti, anche alcuni che erano stati eletti con appoggio dei socialisti e con la promessa di seguire le direttive dei congressi socialisti e del loro programma. Ma di quel programma solo in parte era stato approvato, mentre per gran parte era stato ignorato. «Da quest’esame noi ci siamo persuasi che non ha mantenute le promesse fatte per riuscire eletta e perciò confermiamo la nostra diffida, cioè che noi non crediamo più che quest’amministrazione meriti la fiducia e l’appoggio morale che abbiamo concesso nel passato» (La Risaia, 18 maggio ’16).

giovedì 26 maggio 2016

La guerra continua! I socialisti chiedono nuovi contributi

Dopo quasi un anno dall’inizio della guerra ancora non sembra profilarsi all’orizzonte un vero vincitore. Lo stallo nella conduzione della guerra e il suo prolungarsi stanno iniziando a creare molte difficoltà nei Paesi partecipanti al conflitto. Se c’era qualcosa che proprio nessuno si aspettava è che la guerra potesse non finire in tempi brevi. Per questo gran parte dei provvedimenti presi nei mesi precedenti sembrano essere insufficienti. Per questo i socialisti a Vercelli iniziano ad alzare la voce per cercare di ottenere maggiori risorse da stanziare ai lavoratori e le loro famiglie.

Primo obiettivo sono i padroni di terreni e risaie, accusati dal giornale socialista La Risaia di non aver aumentato la paga dei loro lavoratori nonostante il costo della vita stia aumentando sensibilmente. La scusa addotta dai padroni è la povertà delle annate precedenti, che renderebbero impossibile dare più soldi ai loro dipendenti. Ma La Risaia non si fida e chiede a agricoltori e parlamentari di indagare su questa cosa, in modo da dimostrare la veridicità delle affermazioni dei padroni. «I nostri agricoltori non trovano mai l’annata buona per aumentare qualche soldo di paga ai contadini. Noi quest’anno, come abbiamo ripetutamente detto, non vogliamo fare nessun movimento organizzato: ci si lasci almeno la soddisfazione di dimostrare che la risposta che ci fu data non è giusta» (La Risaia, 4 marzo 1916).



Il secondo bersaglio è quello del sindaco Piero Lucca e della sua politica. Il sindaco Lucca, racconta il giornale, era salito al potere prima dell’inizio della guerra vincendo un elezione grazie a un programma di stampo liberista e alla promessa di non imporre nuove tasse durante il suo mandato. «I contribuenti hanno uno straordinario timore delle tasse, e posti al bivio tra i socialisti, che volevano imporre balzelli sui ricchi ed abolire il dazio gravante sui poveri, e la autorevole sicumera affermante che di danari ce n’erano anche troppo, non hanno esitato un minuto» (La Risaia, 11 marzo 1916). La promessa era quindi stata mantenuta; anzi, il sindaco ne aveva tolte altre che gravavano sui proprietari con diversi tagli nel bilancio. «Perché noi avremmo compreso tener fede a tal promessa – diffusa alle turbe dal suo amico Gallardi – nei periodi di lavoro e di pace, quando i bisogni delle famiglie, le miserie, i patimenti rappresentavano l’eccezione (…), ma l’incocciarsi tedesco a non voler mutar sillaba a un sillabo elettorale, proprio in questi momenti dolorosi, ci riesce incomprensibile». La soluzione è semplice per La Risaia: «tassi senza misericordia i contribuenti che posseggono, che hanno industrie, che hanno case, che hanno esercizi e devolva il ricavato alla sottoscrizione pro famiglie dei richiamati». In questo modo, il Comune sarebbe in grado di far fronte alle difficoltà delle famiglie dei richiamati e si potrebbe così rifarsi di tutti coloro  che «hanno e non danno», quei cittadini più facoltosi che volontariamente non partecipano alle sottoscrizioni più avendone i mezzi. «L’inverno è stato lungo: non è ancora finito; il pane ed il carbone sono a carissimo prezzo: i pochi soldi che il Governo elargisce non possono in piccola parte lenire tanta miseria. Ci giungono di tanto in tanto, dal fronte, lettere di nostre compagni, ripiene d’ansia e di dolore per la sorte dei loro vecchi,  delle loro donne, dei loro bambini».



mercoledì 11 maggio 2016

Le questioni politiche ai tempi della guerra

Mentre la guerra si infiamma in tutta l’Europa, non si ferma in Italia e nel vercellese la contesa politica. A fine febbraio, quindi, La Sesia  e La Risaia hanno un breve scontro sulla nomina a consigliere provinciale di Giovanni Vercellotti, del mandamento di Trino. Qual era il problema?

Il consigliere Dino Rondani
 Vercellotti era un politico di lungo corso, che aveva fatto parte del consiglio provinciale per moltissimi anni; ma nell’ultima tornata elettorale era stato sconfitto dal candidato socialista, l’Onorevole Dino Rondani. La sua elezione, però, era stata contestata: «L’on. Rondani non possedeva i requisiti voluti dalla legge per coprire quel posto; era, in altre parole, ineleggibile». La legge, quindi,  prescriveva che in casi come questo a prendere il suo posto fosse colui che era arrivato secondo alle elezioni. Il compito era quindi toccato a Vercellotti. Quest’ultimo, però, non era riuscito a partecipare alle prime sedute per le precarie condizioni di salute. Sfruttando quest’assenza, Il lavoratore, giornale socialista novarese, si scaglia contro Vercellotti: «Sappia il Commendatore, che se gli venisse la debole volontà di mettere piede nel Consiglio provinciale, potrebbe trovare una poco cortese accoglienza … perché egli vi sarebbe intruso; si decida quindi. O fare il Consigliere provinciale a casa … oppure lasciare che gli elettori del mandamento di Trino mandino il loro legittimo rappresentante al Consiglio provinciale». La Sesia attacca duramente il giornale Il lavoratore e i socialisti, affermando che la critica verso Vercellotti non sarebbe stata fatta se a essere eletto fosse stato un socialista. «La Corte d’Appello dichiara Vercellotti legittimamente investito delle sue funzioni di Consigliere provinciale? Non importa: egli non deve entrare nel Consiglio provinciale, pena una … poco cortese accoglienza per parte del gruppo socialista. Tirannia rossa, tirannia moderna, non meno antipatica delle tirannie d’altri tempi e d’altri metodi!».


A rispondere agli attacchi della Sesia ci pensa La Risaia rispondendo al giornale quattro giorni dopo con un articolo dal titolo Diritto e convenienza. Per prima cosa, il giornale socialista prende le distanze da Il lavoratore di Novara: «Non approviamo – scrive il giornale – la pubblicazione del Lavoratore di Novara, non l’approviamo proprio perché ci pare inutilmente verso il Comm. Vercellotti» (La Risaia, 26 febbraio 1916). Tuttavia il giornale non può che far notare una cosa: «Il Comm. Vercellotti che fu membro della Deputazione provinciale, non si adatta certamente a entrare in Consiglio per la porticina di un annullamento di elezione a rappresentarvi una minoranza di elettori perché la maggioranza ha detto chiaramente col voto a Rondani di non aver fiducia in lui». La critica rivolta a Vercellotti, quindi, è quella di non rispettare realmente la volontà degli elettori. «La legge regola i casi generali. Essa stabilisce che quando le elezioni di colui che ebbe il maggior numero di voti è nulla gli si sostituisce quello che ebbe dopo gli eletti maggiori voti purchè il numero dei voti riportato non sia inferiore ad un ottavo dei votanti. Ma altro è la legge ed altro il senso politico». Conclude La Risaia che: «Il Comm. Vercellotti è troppo antico e corretto amministratore perché sia supponibile che egli possa volersi addirittura fondare su una minoranza».

giovedì 10 dicembre 2015

Nelle scuole vercellesi non si serve più minestra! La crisi del patronato scolastico


Tra i vari disagi laterali causati dalla guerra ci sono anche quelli che colpiscono la scuola e l’istruzione. Questa, soprattutto nella città di Vercelli, era già stata messa sotto pressione durante l’estate quando parte dei plessi scolastici erano stati sequestrati e usati come locali per l’ospedale militare della città. Situazione risolta grazie all'intervento del sindaco Piero Lucca che era riuscito a ottenere di liberare almeno gli edifici del Convitto Dal Pozzo e degli Istituti “Camillo Cavour” e “Giuseppe Mazzini”. Ora, a pochi mesi dall’inizio della scuola, una nuova questione si apre sul fronte scuola, quella del Patronato scolastico.

L'Istituto Cavour
Cos'è il patronato scolastico? Si tratta di una istituzione nata verso la fine del XIX secolo allo scopo di incentivare la scolarizzazione elargendo anche, dove è necessario, contributi di carattere economico. All'inizio del 1913 questi patronati vengono istituiti nei comuni con lo scopo di fornire assistenza agli alunni delle scuole elementari attraverso la creazione di mense scolastiche, sussidi per vestiti e distribuzione di materiale didattico e di cancelleria. Proprio sulla mensa si scatena la polemica. Il 23 ottobre esce su La Risaia un articolo che protesta per la modifica imposta dal sindaco Piero Lucca sulla refezione concessa dal patronato scolastico che «negli anni scorsi consisteva in una bella scodella fumante di ottima minestra – mentre ora – si distribuirà d’ora innanzi la fettina di salame od il pezzetto di formaggio» (La Risaia 23 ottobre ’15). Un cambiamento che potrebbe fare piacere ai ragazzi, ma che invece non farà di certo piacere alle famiglie, che preferirebbero del cibo caldo per i propri figli. Il problema è che l’alto prezzo del carbone avrebbe comportato un costo per il pasto, un costo che il Comune (che sostiene la maggioranza delle spese del patronato, circa 21.000 lire) inizia a farsi troppo pesante. Servirebbe l’aiuto dei “padroni”, ma questi contribuiscono solamente con 690 lire, troppo poco secondo La Risaia che vorrebbe che il Comune spinga per ottenere più fondi da loro.


Un francobollo "Pro Patronato"
(fonte www.delcampe.net)
Su questo argomento il giornale socialista riceve l’appoggio anche della Sesia, perché il patronato è un’istituzione che merita «tutta l’attenzione del pubblico in una città che abbia coscienza dell’importanza della scuola. In tanto su può con rigore pretendere la stretta osservanza, da parte delle classi popolari, dell’obbligo scolastico» (La Sesia, 24 ottobre ’15). Per questo motivo questo deve essere curato, e se il motivo per cui la refezione scolastica è passata da calda a fredda è solo finanziario, allora è necessario ampliare la disponibilità finanziaria del Patronato. Anzi «noi vorremmo che l’appello per creare nuovi sostenitori al Patronato fosse periodico, almeno annuale». Lo scopo, secondo La Sesia, soprattutto in un momento tale di difficoltà dovrebbe essere quello di ampliare la base dei “padroni” che forniscono finanziamenti al patronato e non dileggiare e chiedere ancora di più a quelli che lo fanno già. Anche perché, fa notare La Sesia «se si verificassero le liste dei maltrattati padroni si vedrebbe che sono, su per giù, sempre gli stessi volenterosi contribuenti di tutte le buone iniziative cittadine; mentre mancano nelle loro file molti che avrebbero obbligo morale di esservi inclusi».  Poiché, come ricorda La Risaia: «Pur ammirando l'abnegazione e lo zelo dei pochi che al patronato diedero soldi e fatiche, e l'altruismo degli amministratori che gratuitamente diedero l'opera loro, del segretario cav. Defilippi, che - ci assicurano - per lunghi anni  si sobbarcò  ad ingenti carichi senza riscuotere neppur un baiocco di assegno (...) Con tutto ciò, ripetiamo, non si dileggia alcuno affermando che 690 lire raccolte da una così ostinata federazione di benefattori son pochine pochine...» (La Risaia, 30 ottobre '15)

lunedì 23 novembre 2015

Il Comune di Asigliano e il Comitato Femminile

Agli inizi di ottobre si apre una lunga polemica nel comune di Asigliano, causate da una disputa tra l’amministrazione comunale socialista, retta dal sindaco Ferraris, e uno dei nuovi comitati di assistenza ai soldati che vengono fondati nei paesi italiani. Cosa accade?

A settembre, nel comune vercellese, viene costituito un nuovo comitato con lo scopo di raccogliere della lana per confezionare indumenti invernali da inviare ai soldati al fronte in vista dell’inverno e per rispondere agli appelli provenienti dai giornali fin da fine agosto per fornire ai soldati aiuti per l’inverno in arrivo. Il comitato viene formato da una cinquantina di donne del paese che «si fecero premura di dare il loro nome e col nome il loro obolo generoso, non solo, ma si divisero il paese in varie sezioni, recandosi volenterose in gruppi ad ogni casa a chiedere il concorso pecuniario della popolazione tutta» (La Sesia, 24 settembre ’15). Il comitato in poco tempo raccoglie più di mille lire con l’intenzione di acquistare lana per farci delle calze, passamontagna, sciarpe e guanti. I problemi nascono quando il sindaco di Asigliano rifiuta di concedere al Comitato contributi comunali e l’uso di una sala nel Palazzo comunale per una riunione, costringendo il Comitato a spostarsi presso la Parrocchia. La decisione viene criticata duramente sempre sul giornale La Sesia qualche giorno dopo da un soldato asiglianese al fronte. «Io, come asiglianese, che mi trovo al fronte, protesto altamente contro l’atto, oltreché antipatriottico, anche in umanitario, compiuto dal signor sindaco (…) È veramente deplorevole, che in un’opera benefica e santa, incoraggiata dall’on. Presidente del Consiglio, un pubblico funzionario, anziché dare il buon esempio, opponga delle ripulse che muovono a sdegno» (La Sesia, 3 ottobre ’15).

La difesa viene affidata a una lettera che il sindaco di Asigliano manda al giornale La Risaia e che il quotidiano socialista pubblica a inizio di ottobre. Il sindaco afferma di voler rispondere perché gli articoli e le lettere (soprattutto quello del soldato che velatamente accusa di essere falsa) insinuano «il dubbio che si facciano delle animosità di partito piuttosto che compiere opere buone» (La Risaia, 9 ottobre ’15). Qual è la versione del sindaco? «Dopo che tre mesi che si era qui in Asigliano costituito un Comitato Civile, sorge nell'idea di certe signore di formare un Comitato femminile per la confezione di indumenti di lana; anzi sembrava a tutta prima che questo Comitato avrebbe collaborato volentieri col Comitato Civile». Ma questa speranza, secondo il sindaco, sarebbe stata vanificata otto giorni dopo quando i due comitati si riuniscono assieme e il Comitato femminile si rifiuta di accettare gli aiuti provenienti dal Comitato civile «dichiarando di non voler uomini immischiati nella loro opera, dicendo di voler fare da sole. Dopo aver rinunciato a tutte le offerte, rivolgono al Comune la domanda di sussidio; una vera assurdità perché il comune aveva già un altro Comitato legalmente e civilmente costituito ed al quale  bisogna pensare di fornire i fondi per far fronte alla grande miseria che non mancherà nel prossimo inverno». L’accusa del sindaco diventa poi più precisa; Ferraris afferma che le signore si erano sentite patriottiche solamente dopo l’appello del parroco, e non nei quattro mesi in cui il Comitato civile era stato attivo.


La polemica si conclude poi sulla Sesia, con il giornale che da spazio a una replica della anonima buontempona che il sindaco aveva criticato sulla Risaia. La donna racconta come ha rifiutato perché «mentre promettevano una anticipazione di forse 400 lire per la lana, imponevano d’altra parte condizioni tali, a cui le signore non cedettero di aderire (…) ad onor del vero che, nessun ostacolo venne da questo frapposto, ed i due Comitati, pur separando nettamente le proprie mansioni ebbero sempre la reciproca stima, tant'è che parecchie delle signore del Comitato femminile sono mogli o parenti dei signori del Comitato maschile» (La Sesia, 12 ottobre ’15). La Sesia poi chiude il giro, invitando il sindaco in redazione a controllare la cartolina militare inviata dal soldato, che il geometra Ferraris considerava falso. 

lunedì 5 ottobre 2015

I socialisti del vercellese contro i comitati di assistenza

Dopo la polemica generale messa in prima pagina dalla Risaia nelle settimane precedenti, il giornale socialista decide di dare voce direttamente alle sezioni locali del partito portando diversi esempi su come questi comitati stiano funzionando male, non adempiendo al loro compito di protezione delle famiglie dei soldati e dei bisognosi.

I socialisti della sezione di Trino mettono sotto accusa il comitato adibito a soccorrere le famiglie povere del paese. In realtà, accusano i socialisti, il comitato è stato formato «a solo scopo di antagonismi fra i partiti di lor signori» (La Risaia 21 agosto ’15). Secondo i conti fatti dal giornale, la cassa del comitato conteneva all’incirca diecimila franchi: «cinque mila furono stanziati dal Comune colla presenza in seduta consigliare dei nostri compagni, e gli altri circa cinquemila furono raccolti alla rinfusa tra capitalisti e nullatenenti». Ma questi soldi, secondo le accuse mosse dai socialisti, sono stati usati da molti per soccorsi a persone non bisognose di aiuto. Tra i beneficiari, infatti, ci sarebbero persone «che non possono far miseria, perché posseggono casa e terreno e persino alcuni di questi non hanno figli o tutt’al più ne hanno uno». Allo stesso tempo ci sono famiglie veramente bisognose «che hanno 3 o persino 4 bambini, senza possedimenti e risorsa alcuna e non sono stati elencati pel soccorso, anzi le mogli reclamarono invano dal personale del Comitato per aver diritto al sussidio». Il tutto, accusano i socialisti a Trino, è causato oltre che da coloro che gestiscono il Comitato (e indirettamente il partito cattolico che controlla Trino) anche dalla “spilorceria” dei signori, che aprono poco volentieri il loro portafoglio per rimpinguare le casse.
Soldati al fronte ricevono aiuti mandati dai comitati


Una lamentela simile viene mossa anche a Asigliano. Anche qui esiste un Comitato Pro Richiamati, ma in questo caso il problema evidenziato non è tanto il funzionamento, ma la mancanza di risorse finanziarie che lo rendono inutile. «Volete sapere – escluso un agricoltore che ha dimostrato di comprendere generosamente il dovere degli abbienti – volete sapere quanto hanno versato gli agricoltori dimoranti ad Asigliano? Nemmeno che 22 lire (diciamo ventidue lire)!». Eppure, sottolinea il giornale, gli stessi padroni erano soliti esaltare i soldati mandati a controllare l’ordine pubblico («che nessuno si sognava di turbare» specifica La Risaia durante il periodo degli scioperi e «ora che questi soldati si battono per la gloria d’Italia, per conservare tranquilli e inalterati gli stessi possedimenti dei padroni, gli agricoltori di Asigliano non corrono a lenire le sofferenze delle famiglie dei richiamati col contributo generoso e doveroso (…). Ora è chiaro che se non versano gli abbienti, i poveri dovranno poi quest’inverno – quando i bisogni saranno cresciuti – patire la fame». Qual è, perciò, la soluzione proposta dal giornale? Che il Governo prenda un provvedimento di tassazione proporzionata alla ricchezza da applicare a «tutta questa gente che assiste ai sacrifici dei soldati, alla miseria delle famiglie ma non si commuove, e più che tutto, non tira fuori un soldo dal taschino».

martedì 22 settembre 2015

I vercellesi contro il governo Salandra

Antonio Salandra
All'inizio di agosto giunge a Vercelli la notizia che il Ministero delle Finanze, guidato da Edoardo Daneo, ha concesso l’esportazione di frutta fresca oltre confine in tutti i Paesi tranne quelli che sono in guerra con l’Italia. Una notizia che provoca un certo disappunto verso il Governo, visto che è ancora in vigore la legge che proibisce la vendita dei raccolti di riso in eccesso all'estero e la mancanza della proroga della riduzione ferroviaria concessa ai mietitori di grano ma che invece non era stato concesso a quelli di riso «rifiuto giustificato con l’affermazione, contraddicente ai motivi allegati per il divieto di esportazione, che pel riso non trattasi di un interesse generale d’Italia» (La Sesia, 6 agosto ’15).

Edoardo Daneo, ministro delle
finanze
Per questo motivo il presidente dell’Associazione degli Agricoltori, Carlo Arborio Conte di Gattinara, decide di mandare un Memorandum al governo Salandra per convincerlo a prendere provvedimenti in favore del mercato risicolo. Arborio si lamenta per una «ormai costante dell’immeritato diffidente preconcetto che anche al R. Governo si ha contro la risicoltura (…) dalle facilitazioni della moratoria, proprio e soltanto gli agricoltori furono esclusi; che quando fu dimostrato, sulle basi dei bollettini del Ministero delle finanze, l’eccesso di oltre due milioni di quintali sul fabbisogno normale interno, fu negata l’esportazione del riso anche per le neutrali Americhe». Ma queste non sono le uniche cose che venivano imputate al Governo. Nessuna risposta era giunta alla richiesta di facilitazioni per la ricerca e per lo spostamento dei mietitori; degli oltre duemila cavalli richiesti per il raccolto solo quarantatré erano stati concessi dall'esercito. La richiesta era quella di interessarsi alle vicende del territorio e «interporre la propria grande influenza presso i competenti ministeri per la concessione di una parziale, almeno, esportazione del riso eccedente, e cioè di quei tipi di lusso».


Fabrizio Maffi
deputato socialista
A lamentarsi, anche se per motivi diversi, è anche La Risaia che punta l’indice contro la poca efficacia dei Comitati di soccorso che non riescono a raccogliere abbastanza fondi per poter effettivamente dare una mano ai più bisognosi. Il giornale socialista afferma che questi sono più utili ai padroni che «pagano volentieri qualche biglietto da dieci lire, ma non il decimo del loro reddito – mentre nel vercellese ci sono – povere donne di richiamati che all'inizio della monda si coricarono pel parto e quindi nulla poterono guadagnare» (La Risaia, 7 agosto ’15). Il giornale socialista fa appello al deputato, anch'esso socialista, Fabrizio Maffi, affinché invece di sostenere i Comitati spinga i politici socialisti vercellesi a unirsi e a spingere per riuscire a trovare i mezzi per finanziare i più poveri. In caso di ostacolo da parte delle autorità tutorie o del Governo, la risposta dovrebbero essere le dimissioni di massa dalle amministrazioni comunali, in modo da «lasciare ogni responsabilità alla borghesia, ai suoi partiti, al Governo, della situazione da essi creata», oltre a creare una spaccatura nella concordia nazionale necessaria a un periodo di guerra 

lunedì 7 settembre 2015

Le donne e la guerra! Due punti di vista differenti


Donne portatrici di ghiaia per costruzione di strade
«No, non sorridete! Le mie eroine sono umili e modeste persone; e non agitano tricolori, non mettono il loro nome in una sottoscrizione, non figurano a capo di un comitato, non dicono parole di cui esse stesse ascoltino con compiacenza la risonanza. Sono madri esemplari, mogli coraggiose, sorelle miti e buone» (La Sesia 11 luglio ’15). Con queste parole si apre un lungo articolo dal titolo Poesia e virtù dell’eroismo femminile, con il quale per la prima volta a un mese e mezzo dall’inizio della guerra, l’attenzione viene posta lontano dagli uomini al fronte e portato verso quelle che sono le custodi delle case durante la guerra, le donne. L’articolo del giornale vercellese mira a elogiare il sacrificio «semplice con cui compiono il loro dovere di rassegnazione – che è – il più sublime slancio patriottico che si possa chiedere ad una donna!». L’elogio viene specialmente rivolto a tutte quelle donne che durante il conflitto hanno perso il proprio marito o figlio e che «per tutta la loro vita porteranno il lutto fecondo della memoria educatrice di sacrificio e di abnegazione, che raccoglie e rinforza lo spirito». Non che le altre donne, specifica l’autore anonimo dell’articolo, che svolgevano opere di carità non meritassero un encomio anche loro. Ma l’ammirazione va per la maggior parte verso quelle donne che «vivranno compiendo il dovere duplice di fare da padre e da madre ai propri figli con forza virile, se sono mogli; di riversare, se madri, sui superstiti gli affetti di cui i morti non hanno più bisogno coltivando con amore e con dolore il fiore della memoria sulla fossa del caduto pel riscatto dei fratelli e per la salvezza e la grandezza della patria».


Mondine durante il raccolto
Poco meno di due settimane dopo, anche La Risaia decide di affrontare lo stesso tema, con un articolo in prima pagina sulle donne e, specialmente, su quelle il cui marito si trova al fronte;  il tono, tuttavia, è completamente diverso. L’autore del pezzo, dal titolo Altre Miserie, pone l’attenzione sulle difficoltà che le mogli dei richiamati devono sopportare. «Abbiamo casi di famiglie il cui capo, richiamato al servizio militare, faceva una sola famiglia coi vecchi genitori ai quali col proprio lavoro provvedeva col pane, sia pure misurato, un piccolo, ma sicuro asilo» (La Risaia 24 luglio ’15). Ora, con i mariti lontani, il giornale fa notare come sulle spalle delle mogli ricada l’onere di occuparsi di figli minorenni (e inabili al lavoro) e dei genitori «poiché è risaputo che lo stato sovvenziona soltanto quei genitori che oltre al raggiungere una certa età convivano con il figlio richiamato, ma non ammogliato». Una difficoltà che, secondo l’articolo, porterebbe molte donne a dover “sacrificare” le attenzioni ai vecchi genitori per darle ai figli piccole. Ma le “miserie” non sono solo queste. Ci sono donne che «non poterono prima per gravidanza avanzata, poi per il parto e l’allattamento del neonato fare la stagione della monda. E il marito è lontano, e il danno patito è grave e gravissimo apparirà quando si pensi che per i loro doveri di madri non potranno neanche fare la stagione del taglio». Il tutto mentre si stava avvicinando l’inverno, con le necessità economiche che questo porta, con l’affitto e il cibo da mangiare. L’articolo si chiude quindi con una richiesta verso il Governo: che questi problemi siano risolti il prima possibile, magari assegnando ai neonati e alle mogli una indennità in modo da risolvere questi problemi gravosi «poiché la natura e l’innocenza non sono colpevoli dei … peccati  degli uomini». 

Donne e bambini in una casa ambulante durante la Grande guerra
(fonte www.14-18.it)

lunedì 10 agosto 2015

Giornali e polemiche. La Sesia e La Risaia contro il giornale L'Unione

Durante la metà di giugno sfocia una strana guerra tutta interna alla stampa locale Vercellese. Dopo i grandi appelli alla concordia di tutti in nome dell’unità nazionale, nei primi giorni di guerra nascono diverse polemiche tra alcune testate giornalistiche che rappresentano i principali schieramenti politici vercellesi. Polemiche naturalmente erano già nate tra il giornale socialista La Risaia e il liberale La Sesia. Ma entrambe le testate, come già capitato una settimana prima con la questione dei lavoratori nelle risaie, si trovarono a combattere unite, questa volta attaccando polemicamente un terzo giornale: la testata di ispirazione cattolica L’Unione.

Benedetto XV, con la sua riforma
istituì la Giunta direttiva di Azione Cattolica
La Risaia è la prima a polemizzare con la testata cattolica il 12 giugno. La polemica nasce da una richiesta fatta dalla Giunta dell’Azione Cattolica e poi sostenuta  da L’Unione al governo affinché «in base al decreto sulla censura della stampa, che “si proceda contro le pubbliche bestemmie e negazioni della divinità”» (La Risaia 12 giugno ’15). Una espansione della censura pubblica che La Risaia trova del tutto inutile oltre che retrograda e pericolosa: «Noi siamo rispettosi di tutte le idee, di tutte le fedi e ci inchiniamo davanti a credenti e miscredenti (…) Diavolo! Le “pubbliche bestemmie” non ci sono mai piaciute: neanche le “bestemmie in privato” ci vanno a fagiolo (…). Approfittare dello eccezionale periodo attuale per chiedere procedimenti contro chi non la pensa a modo dei clericali ci pare un po’ troppo davvero!». Non da ultimo, La Risaia fa notare come migliaia di persone si siano dichiarati atei e non professanti alcuna religione «e tutti costoro si dovrebbero sottoporre a procedimenti? Si è richiesta l’unione di tutti i partiti, di tutte le fedi, e questa unione si è avuta. Perché scalzarla con inopportune richieste, con intolleranze da medioevo?».


Critiche simili e lo stesso appello a conservare l’unità viene mosso il giorno successivo da La Sesia sempre a L’Unione. A causare la polemica è un articolo de L’Unione in cui si riconosceva la forza morale dei socialisti, passati dal pacifismo all'appoggio alla guerra, affermando che «resterebbe sempre vero, che le due grandi forze, materiale e morale, per questa guerra furono da cattolici e socialisti» (La Sesia 20 giugno ’15). La Sesia risponde all'articolo difendendo il patriottismo e il contributo dato fino a quel momento da liberali come Salandra o Sonnino e alla «democrazia italiana, ribellatasi ad un insano tenta
Don Luigi Sturzo, segretario della
giunta ACI
tivo, il quale avrebbe compromesso la dignità nazionale, e che fu sventato prima dell’adesione dei cattolici e dei socialisti. Utile, prezioso, il vostro aiuto: lo abbiamo detto noi, primi. Ma senza la ferma volontà dei liberali costituzionali e democratici, la santa causa della redenzione delle terre soggette all’Austria sarebbe rinviata 
all'infinito (…) Finiamola con tutto ciò che può parere dissenso, e mostriamoci, tutti, operosi in quello che può, invece, che deve unirci in una azione di concordia e di amore».

lunedì 3 agosto 2015

Dare ancora, di più, sempre!

Il 19 giugno La Risaia apre il suo giornale con un articolo polemico dal titolo Il patriottismo di certi latifondisti. L'articolo, partendo dalle accuse mosse dai socialisti di Tronzano ai proprietari della loro zona, lamenta della «larghezza non eccessiva colla quale troppi proprietari concorrono alla sottoscrizione pro-richiamati (…) vi sono degli egoisti che di nulla voglionsi curare che non sia il loro personale interesse (…) e poiché da noi, nel Vercellese, la proprietà terriera ha ricavato e ricava lucri soddisfacenti, è giusto, è onesto, è patriottico che su di essa ricadano i pesi finanziari» (La Risaia 19 giugno ’15). Il giornale socialista però non si ferma qui e passa alla fase delle richieste affermando la necessità di una legge che disciplini l’ entità di questi contributi: «non si potrebbe imporre una tassa di guerra di una lira alla giornata al proprietario ed una lira alla giornata all’affittavolo?». Il giornale muove quindi un appello al governo perché prenda questo provvedimento e un appello ai consiglieri socialisti perché spingano per ottenere l'approvazione di questa richiesta.

Mondine al lavoro nelle risaie
 La questione lanciata dalla Risaia viene ripresa tre giorni dopo su La Sesia. Il giornale vercellese, infatti, pubblica in prima pagina una lettera che risponde alla polemica mossa dai socialisti di Tronzano tentando di difendere i proprietari terrieri vercellesi. Nella lettera si afferma che fino a quel momento il vuoto lasciato nei campi dai soldati richiamati aveva favorito «l’occupazione vantaggiosa delle persone rimaste – e che quindi – gli effetti della guerra frattanto, almeno sin ora, aggravano meno la situazione economica e patrimoniale delle popolazioni campestri che la situazione economica e patrimoniale degli agricoltori. (…) Gli agricoltori sono esclusi dai benefici che nelle epoche di crisi vengono accordati agli industriali; i risicultori si vedono vietata la esportazione della grande quantità di riso eccedente e persino dei più inutili sottoprodotti» (La Sesia 22 giugno ’15) il tutto peggiorato dal fatto che i Comitati istituti nei vari comuni sono a maggioranza socialisti, parte politica non certo favorevole agli interessi degli agricoltori. La sintesi della difesa è dunque questa: gli agricoltori si stanno già sforzando facendo molto per la popolazione, soprattutto sulle situazioni di cui sono a conoscenza, e molte delle polemiche nascono da provvedimenti che più che patriottici sono più politici.

Soldati al fronte
 Il botta e risposta tra La Risaia e l'autore della lettera non finisce qui. Dopo aver dato spazio alla lettera, infatti, anche La Sesia decide di mettere per iscritto il suo pensiero sulla questione. Con un editoriale che segue il testo della lettera il giornale afferma che «l’impressione nostra è che, non Vercelli solamente, non solo il circondario ma il Piemonte in genere non ha risposto con lo slancio che si aveva diritto di attendere». Certo, sottolinea il giornale, Vercelli è stanca e ha già dato tanto ma questa non può essere una ragione per fermarsi: «oggi non vi possono essere limiti; si deve dare ancora, si deve dare di più, si deve dare sempre». Questo non è solamente un impegno patriottico, ma serve soprattutto a far sapere ai soldati e richiamati che le loro famiglie sono al sicuro, in modo che essi «non abbiano preoccupazioni materiali pei loro cari. Essi devono sapere, che i loro concittadini garantiscono fraternamente i mezzi di sussistenza per le loro madri, le loro spose, i loro bambini».

lunedì 27 luglio 2015

Che fare dei ragazzi? Dibattiti e provvedimenti sui giovani infiammano il vercellese

Con l’entrata in guerra dell’Italia avvenuta con l’estate e il periodo del lavoro nei campi ormai alle porte inizia a emergere un problema. Vista la fine delle scuole imminenti, e che i campi e le risaie richiedono lavoro, cosa fare dei bambini più piccoli che fanno parte di una famiglia di un richiamato alle armi? Una legge dello Stato, infatti, proibisce ai minori di 14 anni di poter lavorare nei campi; quindi cosa farne di questi mentre il resto della famiglia è al lavoro? Uno dei primi provvedimenti viene preso a Gattinara dal il Comitato per l’Assistenza Civile alle Famiglie dei Militari sotto le Armi, presieduto dal Generale Giuseppe Patriarca. Il provvedimento prevede che, a partire da lunedì 14 giugno «tutti i fanciulli d’ambo i sessi dagli anni 6 agli anni 11 appartenenti a famiglie bisognose che abbiano congiunti sotto le armi, verranno ricoverati, custoditi e ben perfezionati in appositi locali dal mattino alla sera» (La Sesia 15’ giugno ’15).

Antonio Salandra, Presidente del consiglio
fino al 18 giugno 1916
A Vercelli, invece, la questione scatena un vero e proprio dibattito tra la città (tramite il suo rappresentante l’onorevole Modesto Cugnolio) e il Governo. L’onorevole, infatti, richiede al governo che la proposta del dottor Nicola Vaccino di una temporanea deroga alla legge per abbassare l’età del lavoro nelle risaie da quattordici a dodici anni sia accettata. La proposta viene appoggiata sia dalla Risaia sia dalla Sesia. Quest'ultima sottolinea come questa iniziativa possa portare benefici economici alle famiglie più povere dei richiamati alle armi su cui «la crisi determinata dalla guerra si ripercuote specialmente (…) Perché non concedere in via eccezionale e provvisoria questa deroga?- si chiede il giornale vercellese - Sarebbe un nuovo aiuto che, nelle ristrettezze attuali, verrebbe accordato a tanta povera gente che, pei richiamati alle armi degli uomini giovani e forti, ha perduto il suo principale sostegno» (La Sesia, 13 giugno ’15). A rispondere all'onorevole Cugnolio è direttamente il Presidente del Consiglio Antonio Salandra, il quale assicura di aver portato la questione all'attenzione del Ministro dell’Agricoltura, il torinese Giannetto Cavasola. Sarà a lui  a verificare la fattibilità della proposta di Vaccino e ad approvarla nel caso. Nonostante però l’ottimismo che traspare dagli articoli delle due testate vercellesi, la richiesta non va a buon fine. Parte del fallimento è dovuto anche alle proteste che arrivano da giornali di Milano e della Lomellina. Questi affermano che una tale proposta non può che giungere dai padroni, i quali vogliono solamente «creare una pericolosa concorrenza fra gli stessi contadini» (La Risaia 19 giugno ’15) non tenendo conto dei pericoli per la salute di questi giovani. 

Giannetto Cavasola, Ministro dell'agricoltura
del governo Salandra
Alle accuse risponde, sempre sulla Risaia, il promotore dell’iniziativa, dottor Nicola Vaccino, rivendicando la sua importanza per combattere la miseria delle famiglie che hanno perso i loro membri più giovani a causa della guerra e accusando i suoi oppositori di non comprenderlo («vivete su su nelle nuvole e cioè, troppo lontani da questi guai»). Inoltre, denuncia Nicola Vaccino, questa legge ha al suo interno una «lacuna deplorevole» poiché mentre impedisce ai ragazzi di andare a lavorare in risaia fino ai 14 anni «eccone un’altra – ricorda - che li allontana irremissibilmente dalla scuola quando hanno compiuto il dodicesimo anno. Fra queste due leggi esiste una lacuna deplorevole e inconcepibile (…) Non è retorica, o signori; è verità sacrosanta che se fosse riconosciuta da voi vi torrebbe la fregola di polemizzare allegramente. Si tratta ad esempio di famiglie il cui capo venne richiamato alle armi: v’è la moglie, vi sono i vecchi genitori, vi è un figlio non ancora quattordicenne; nessuno a diritto al sussidio, eccetto la moglie che dovrà essa sola mantenere la famiglia, se pure è in grado di lavorare». Nonostante le proteste, alla fine Nicola Vaccino deve arrendersi. La proposta per il 1915 viene respinta, ma il lavoro nelle risaie sarà, anche negli anni successivi, tra gli argomenti più dibattuti sul territorio.



lunedì 13 luglio 2015

I socialisti ripongono la bandiera rossa per il tricolore

Il titolo del giornale socialista Avanti! il giorno dello scoppio della guerra
L’entrata in guerra dell’Italia provoca gravi imbarazzi all’interno del partito che fino a quel momento si era battuto più di tutti per il non intervento italiano, quello Socialista. In realtà l’inizio della guerra aveva già causato il fallimento dell’Internazionale socialista poiché i partiti socialisti dei paesi europei, dopo l’agosto del 1914, avevano messo gli interessi nazionali davanti a quelli della classe operaia; lo stesso avviene ai socialisti italiani e di conseguenza anche a quelli Vercellesi.

L'avvocato Modesto Cugnolio,
tra i più influenti politici
socialisti del vercellese
 La Risaia, organo della Camera del Lavoro di Vercelli, ancora il 22 maggio riporta la notizia di una manifestazione nazionale contro la guerra deliberata dalla direzione del partito e tenutasi mercoledì sera 19 maggio presso la Casa del Popolo, dove i membri del partito vercellese avevano spiegato «minutamente ed esaurientemente le ragioni del neutralismo socialista, da non confondersi con quello clericale - che non ha altro scopo che di favorire l’Austria – neutralismo che quindi sparirebbe subito se si trattasse di andare contro la Francia» (La Risaia 22 maggio ’15). Ma già nel consiglio comunale straordinario del 23 maggio i socialisti sono costretti a cambiare strada e a dare il loro appoggio al conflitto. Pur ricordando gli sforzi fatti per evitare l’entrata in guerra italiana, il consigliere e deputato socialista Modesto Cugnolio è costretto ad ammettere che «il volere della maggioranza doveva prevalere sulla minoranza socialista che voleva difendere la pace» (La Risaia 29 maggio ’15). Per questo, da quel momento in poi ogni lotta tra «i lavoratori delle officine e quelli della terra da un lato e dall'altro i detentori del capitale che prendevano per sé troppa parte del frutto del lavoro oggi devono tacere. Dobbiamo nell'interesse di tutti, dei capitalisti come dei lavoratori, impedire che il nemico invada la terra nostra (…). Oggi ogni divisione è finita, non per l’invito di alcuno, ma perché compiuto tutto il possibile per evitare la guerra intraprenderemo con tranquilla coscienza l’opera diventata necessaria» (La Risaia 29 maggio ’15). Lotta di classe e l’unità delle nazioni attraverso l’Internazionale operaia diventano quindi obiettivi ormai secondari di fronte alla necessità di difendere la patria dallo straniero. 

L’ambiguità della posizione socialista, e la difficoltà degli stessi si manifesta apertamente proprio su La Risaia del 29 maggio, che oltre a riportare il discorso di Cugnolio è costretta a riportare anche un’intervista a quest’ultimo, in risposta ai titoli di diversi giornali nazionali che lo indicavano come interventista. Cugnolio si giustifica affermando che i giornali hanno riportato solo parte delle sue idee sovrapponendovi poi un titolo “a sensazione”. In realtà lui ha sempre votato contro la guerra, mentre ora sta solo seguendo le direttive votate dal Partito all'unanimità secondo le quali i socialisti non avrebbero sabotato la guerra ma «avrebbero fatto il loro dovere di cittadini, ciò che del resto doveva presumersi senza bisogno di discussione né di voto» (La Risaia 29 maggio ’15).
L'Avanti! del 24 maggio 1915, giorno dell'entrata
in guerra dell'Italia