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sabato 3 dicembre 2016

La guerra ai tempi della Strafexpedition

A metà maggio notizie provenienti dal fronte iniziano a turbare inevitabilmente la vita delle comunità italiane. Una grande offensiva austriaca, infatti, coinvolge l’altopiano dell’Asiago, l’alto vicentino e il Trentino meridionale sfondando le linee italiane e facendole arretrare. Scopo degli austriaci, oltre a punire l’ex alleato per la sua defezione a inizio guerra, era quello di provare a tagliare in due il territorio italiano puntando su Venezia isolando così le truppe impegnate lungo il fronte dell’Isonzo. L’offensiva austriaca partì nei giorni tra il 14 e 15 marzo, per proseguire per nel mese successivo fino alla fine di giugno.


La mappa dell'offensiva
L’inizio dell’attacco sorprende gli italiani, che non riescono a coordinarsi sin dal primo momento per una controffensiva efficace, anche perché il comando militare italiano aveva sottovalutato il pericolo e lo stesso attacco. Come reagiscono, invece, i giornali? Sulla Sesia, la prima notizia dell’offensiva finisce in fondo alla prima pagina, con il semplice titolo Violenti attacchi in Valle Lagarina, tra Valle Terragnolo e l’Alto Astico, nel settore di Asiago e in Val Sugana (La Sesia 19 maggio ’16). Che l’offensiva preoccupi, e non poco, viene dimostrato da un articolo che appare sulla Sesia pochi giorni dopo dal titolo L’offensiva austriaca nel Trentino. Una nota ufficiosa in cui il giornale sembra giustificare le difficoltà incontrate dagli italiani a respingere gli attacchi austriaci. Parlando delle prime ritirate sulle linee difensive, il giornale afferma che: «talune posizioni da noi occupate durante lo svolgimento della nostra avanzata in territorio nemico avevano carattere transitorio, e cioè punti di appoggio per ulteriori sbalzi in avanti, ma non avevano nè potevano avere carattere staile in caso di forti spinte del nemico» (La Sesia, 23 maggio ’16). Inoltre, ricorda il giornale: «Nelle regioni montuose poi le linee di difesa non possono, come in pianura, susseguirsi a brevissima distanza; esse sono in qualche modo tracciate dalla natura prima che dall’uomo (…) È questa appunto una delle maggiori difficoltà della difensiva nella guerra di montagna. Né si deve dimenticare che chi attacca ha il vantaggio di scegliere il punto su cui puntare e di poter preparare in tempo il maggior sforzo in quella direzione». 

Ciò che resta degli altipiani dopo i combattimenti
L’articolo chiude con alcune note positive: la ritirata degli italiani era stata semplicemente un ripiegamento sulle linee difensive preposte per evitare perdite inutili (operazione avvenuta: «ordinatamente, non senza aver prima in avere inflitto al nemico grandissime perdite»); ogni attacco nemico, dopo una iniziale avanzata, si era stato fermato dagli italiani al costo di “gravissime perdite” (anche se al termine dell’offensiva le perdite italiane saranno molte di più di quelle austriache); «La storia di tutte le offensive della presente guerra europea sta a dimostrare che ai primi facili sbalzi succedono inevitabilmente lunghi e logoranti arresti, quando l’attaccante urta contro posizioni ben munite, si allontana dalle proprie artiglierie pesanti e si trova di fronte le riserve della difesa opportunamente disposta (…) In complesso noi possiamo considerare con piena fiducia lo svolgimento delle odierne operazioni, con le quali il nemico cerca di sottrarsi alla posizione di stratta difensiva impostagli durante ormai un anno, o di turbare il piano di azione degli Alleati». In questo modo, La Sesia prova a tranquillizzare i cittadini sugli esiti di una offensiva che preoccupa in molti.

lunedì 15 agosto 2016

Ringraziamenti dall'America

Tra le tante sottoscrizioni aperte dal giornale La Sesia, molte vengono dirette ai soldati feriti durante la guerra e successivamente ricoverati nell'ospedale militare di Vercelli. In questo blog abbiamo già raccontato la storia del soldato Felice Zampini, che aveva subito l’amputazione di entrambe le mani e a cui vennero poi date delle protesi comprate grazie ai soldi raccolti tra i cittadini. Questa volta, invece, La Sesia riporta la storia di un altro valoroso soldato e dei suoi famigliari.
una foto del soldato Zampini

Il soldato si chiamava Filippo Faraone e, a seguito di una ferita, gli erano stati amputati entrambi i piedi. Il giornale aveva allora deciso di aprire una sottoscrizione a cui i lettori avevano aderito raccogliendo quasi 200 lire. Sfortunatamente, il soldato Faraone non era riuscito a usufruirne. Poco tempo dopo, infatti, stretto attorno all'affetto dei parenti e dei genitori giunti a Vercelli dalla campagna romana, era morto. Quelle 200 lire finirono quindi tra le mani della famiglia del caduto, che  «diede una così luminosa prova del commovente e reciproco affetto da cui è patriarcalmente unita» (La Sesia, 9 maggio ’16) ringraziando la città per l’aiuto dato. Tuttavia la gratitudine non si fermò lì. Ad aggiungere parole di ringraziamento alla città arriva al dottor Isnardi, medico del Faraone, anche una lettera dagli Stati Uniti (più precisamente da Syracuse), dal fratello del soldato, Angelo Faraone.

Angelo Faraone si rivolge, nella lettera, proprio al giornale La Sesia e ai vercellesi, che vuole ringraziare con tutto il cuore. «Da quello che ho letto sul giornale, dalle notizie mandatemi dalla famiglia, ho potuto ben comprendere quanto sia stato atroce l’agonia del mio povero fratello (...) Ma questo dolore è ben lenito dal pensiero che Egli è morto per la Patria, è morto assistito dai suoi più cari (…) e che il Popolo magnanimo vercellese ne ha compianto l’immatura perdita!. Ed il cuore nobile dei Vercellesi non solo si mostrò riconoscente verso il povero mutilato, non solo dette ospitalità ai  poveri genitori, non solo volle lenire il loro dolore con dolci parole di conforto, ma con il largir loro  la cospicua somma di 200 lire. Se il mio povero fratello, non colle parole potette dire a loro il grazie, glielo diceva certo  cogli occhi». La gratitudine si sposta poi al giornale: «A codesto giornale, alla sua redazione giungano graditi da questa lontana America i nostri sentiti ringraziamenti, uniti ai più begli auguri di felicità avvenire (…) Porgano i nostri ringraziamenti e saluti a tutto il popolo vercellese e sappia che della loro generosità noi serbiamo grato ricordo». 

sabato 6 agosto 2016

Contro gli "Untori" delle notizie

Mentre siamo ormai in aprile inoltrato, La Sesia decide di affrontare di petto una questione che sta iniziando a provocare un certo fastidio alla città, quello del proliferare delle notizie false. Un problema che va a intaccare direttamente i giornali, in prima linea nella lotta della propaganda interna e soprattutto tenuti a freno dalla censura che blocca l’uscita di notizie ritenute lesive. Per questo il giornale liberale vercellese l’11 aprile presenta in prima pagina un duro editoriale contro questa epidemia.

«Che in tempo di guerra – afferma il giornale – sia facile il sorgere ed il circolare di notizie errate, si può fino a un certo punto spiegare; ma quando le notizie, assolutamente false, prendono una forma concreta e precisa, con particolari altrettanto ben determinati quanto perfettamente inventati, allora si entra nel campo della malvagità criminosa, non solo passibile, ma meritevole delle più severe sanzioni della legge personale» (La Sesia, 11 aprile ’16). La notizia che aveva scatenato questa reazione riguardava il sindaco Piero Lucca, il quale avrebbe «ricevuto più di trenta telegrammi annuncianti la morte di altrettanti soldati vercellesi in guerra, e che il primo magistrato cittadino non sapeva decidersi a comunicare alle famiglie la dolorosa notizia». Altre notizie che circolavano incontrollate erano quelle che riguardavano diversi ufficiali vercellesi caduti in battaglia. Insomma «voci simili non possono non destare negli animi di quelli i quali hanno dei loro cari alla fronte, delle ansie angosciose, delle penose incertezze, dei dubbi spaventevoli (…) mentre in quest’ora tragica e solenne si ha tanto bisogno di animi forti, sereni, resistenti». Già i primi colpevoli erano stati trovati (La Sesia riferisce dell’arresto da parte del Pretore di un sacerdote), ma «occorre anche che i cittadini diano prova di buon senso e di patriottismo non prestando facile orecchio a queste voci allarmanti e false, e non facilitandone la diffusione- dando poi un consiglio valido ancora per i nostri tempi sul – diffidare sempre di quelle, specie se esagerate come le notizie dei giorni scorsi, che non provengono da fonte ufficiale. E quando il cittadino “sente” di essere vicino alla fonte della notizia falsa – per amore di giustizia – denunci senza missione questi untori».


L’appello, comunque, sembra non avere l’effetto sperato e qualche tempo dopo La Sesia  è costretta a parlarne nuovamente. Le voci incontrollate e false questa volta riguardano il caporale maggiore Pietro Marinone, vercellese reduce da una frattura alla gamba che si trovava in licenza a Vercelli e che era stato riportato in arresto al fronte. Su questa vicenda in molti avevano fatto ipotesi o fatto circolare notizie false sul motivo dell’arresto (che il giornale, a causa della censura, non può specificare). Alla fine il soldato era stato dichiarato innocente ed era tornato in licenza a Vercelli da uomo libero. E «chiunque dica il contrario mentisce vigliaccamente ai danni di un bravo, valoroso ed onesto soldato, e gli autori delle voci calunniose potrebbero essere chiamati a risponderne».

martedì 14 giugno 2016

Buone nuove dal soldato Felice Zampini

Durante il settembre del 1915 la città di Vercelli e il giornale La Sesia si erano interessati alla storia di un soldato romano, giunto nel vercellese per essere ricoverato all'ospedale militare per le ferite riportate in battaglia.


Il suo nome era Felice Zampini, giovane militare reduce già dalla guerra in Libia e che aveva subito l’amputazione di entrambe le mani a seguito dello scoppio di una bomba austriaca al fronte. La situazione dello Zampini porta a lui molte simpatie dalla cittadinanza, che grazie al giornale La Sesia decide di aprire una sottoscrizione a suo favore e nel giro di qualche giorno vengono raccolte 1.500 lire, che permettono ai medici di acquistare e installare due protesi che possano aiutare il soldato nella vita civile. A mesi di distanza il giornale torna a dare notizie sulla sorte di Felice Zampini e sulla sua sorte. «Abbiamo, un giorno, pubblicato un ritratto dello Zampini coi due moncherini – spiega il giornale ai suoi lettori -; ne pubblichiamo oggi un altro, dove il bravo soldato è fotografato con le mani artificiali che gli tengono il posto di quelle sfracellate dalla  bomba nemica ed amputate» (La Sesia, 31 marzo '16).  La foto ritrae il soldato Zampini con in mano una bottiglia di vino e nell'altra il bicchiere. Questa è una cosa che sorprende il giornale visto che «tutti sanno come la mano negli antichi apparecchi non serva che per figura – anzi per alcuni l’apparecchio – è più un ingombro che un’utilità. Si capisce poi in quali pietose condizioni si trovi un individuo, al quale manchino tutte e due le mani, che deve avere un aiuto per i bisogni più comuni e più intimi».


Ma per il soldato Zampini il prof. Isnardi, direttore dell’ospedale militare, grazie ai soldi giunti dalla sottoscrizione e dal finanziamento giunto dalla Cassa di risparmio «dopo varie prove poté far preparare dall'operaio vercellese Ramagni due arti coi quali il mutilato di ambe le mani può prendere una bottiglia con una mano artificiale, togliere il tappo, nascere il contenuto nel bicchiere, deporre la bottiglia, e coll'altra mano afferrare il bicchiere, portarlo alla bocca, bere e deporlo al suo posto. Così può usare cucchiaio e forchetta, abbottonarsi e sbottonasi la giacca, il gilè ed i pantaloni senza l’aiuto di alcuno. Nello stesso modo e con disinvoltura e precisione di movimenti, è capace di stringere la mano, di ritirare un libro dal tavolo, reggere una sedia (…) E la forza, essendo data dai potenti muscoli del braccio, si può durare molto a lavorare senza risentire stanchezza». Grato, quindi, per ciò che è stato fatto per lui il soldato aveva inviato una fotografia al giornale e alla città che tanto avevano fatto per lui e per la sua salute. E il giornale la pubblica, allegando i complimenti al professor Isnardi e soprattutto all’ortopedico Ramagni, costruttore di un apparecchio “semplicissimo” e, soprattutto, servibile. 

mercoledì 13 aprile 2016

Il prestito nazionale e le scuole di Cigliano

Giunti al 1916, il governo italiano inizia a lanciare richieste ai cittadini affinché sostengano  lo sforzo dell’esercito italiano sottoscrivendo un prestito che «assicura un reddito netto del 5.12 per cento d’interesse annuo esente da ogni tassa presente e futura, poiché tutti sono compresi dell’alto fine nazionale, di questo prestito, che a giusta ragione si deve chiamare Prestito della Vittoria» (La Sesia, 4 febbraio ’16).
Alcune cartoline sul Prestito Nazionale


Questa raccolta di denaro viene quindi sponsorizzata sulla Sesia, che invita il pubblico a spogliarsi «da dubbi ingiustificati, da timori e da pregiudizi, poiché il Prestito attuale non è altro che un debito dello Stato, come tutti gli altri debiti dello Stato e come gli altri garantito nel modo più assoluto … È bene mettere in chiaro che coloro che sottoscrivono ora, si assicurano per non meno di dieci anni, un reddito superiore a quello di tutti gli altri valori di Stato, poiché per tanti il Governo si è impegnato solennemente a non ridurre l’interesse del Prestito; per dieci anni, vale a dire per un lungo periodo dopo la conclusione della pace». L’appello della Sesia, quindi, è quello di convincersi a prestare soldi allo Stato, evitando di aspettare “prestiti a condizioni migliori”, perché «Codesti astensionisti, che credono di poter speculare sull’avvenire, dimenticano che, se nuovi Prestiti dovranno essere emessi, a prezzo minore od a saggio maggio, anche i possessori dei prestiti precedenti saranno chiamati a goderne il beneficio». «Vi può ancora essere della gente dubbiosa – si chiede La Sesia – che forse non esiterebbe davanti a speculazioni azzardate, la quale si mantenga tuttavia indecisa a prestare del denaro, sul cui titolo il debitore è lo Stato, la nostra Italia».


Alcune cartoline sul Prestito Nazionale
Tra gli esempi virtuosi che la Sesia racconta, uno arriva dalla scuola del comune di Cigliano. Qui il Regio Ispettore Prof. Zucchelli aveva avanzato agli insegnanti la proposta di raccogliere i soldi nelle scuole e con quelli acquistare due titoli del nuovo Prestito Nazionale del valore di 100 lire, che poi verranno consegnate alla Croce Rossa come pagamento per l’iscrizione delle scuole di questo comune «Fra i soci perpetui dell’umanitaria istituzione». L’iniziativa ha subito successo: «Già venne trasmessa al R. Ispettore la prima rata di L. 19 e verranno senza dubbio inviate le successive quote mensili (…) Gli scolari vanno a gara sulle esortazioni dei propri maestri, nel consegnare di quando in quando i loro piccoli risparmi. In modo speciale vanno segnalati quelli del corso popolare diretto dalla maestra Maria Vincenza Carando, i quali, col cuore infiammato di amor patrio e col vivo desiderio di lenire le sofferenze dei nostri eroi, ogni giorno depongono il loro obolo nella cassettina che la loro maestra tiene sulla cattedra, vicino al vivido emblema della Croce Rossa (…) il nostro plauso ai bravi alunni delle scuole di Cigliano, ai benemeriti insegnanti e un plauso tutto speciale al distinto Ispettore scolastico (…) Possa così il valoroso nostro esercito, coll’incoraggiamento ed il contributo delle popolazioni, mantenere quell’entusiasmo che già tanto lo ha distinto per valore e dare alla nostra bella Patria il trionfo finale della vittoria».

giovedì 24 marzo 2016

Il soldato redento dalla guerra

Nuove storie di vita militare continuano a essere raccontate sulla Sesia ogni settimana. Alcune, oltre a tradizionali toni patriottici e storie famigliari, ne spunta fuori qualcuna che parla di redenzione personale attraverso il sacrificio fatto al fronte. Uno di questi viene fatto dal giornale vercellese il 18 gennaio, in occasione del ritorno di molti militari dal fronte per la licenza.


«Di questi giorni – racconta La Sesia – i treni, le vie della città, quelle dei nostri borghi formicolano di soldati d’ogni reggimento, d’ogni classe, che vengono a casa in licenza, la sospirata licenza che li restituisce per pochi giorni alle gioie ed alle tenerezze della famiglia» (La Sesia, 18 gennaio ’16). I soldati che arrivano in licenza sono di diversa estrazione sociale ed età: «vigorosi fucilieri già veterani della Libia, misti ai giovani soldati delle ultime leve ed alle reclute delle ultimissime: dei giovanotti imberbi, quasi ancora ragazzi, ma fieri, risoluti, superbi delle belle prove  già fatte, delle rudi fatiche sopportate (…) Questo sentimento di giusto, legittimo orgoglio brilla negli occhi di tutti questi valorosi, fatti segno, in questi giorni, a tante affettuose dimostrazioni». Ma un soldato in particolare attira l’attenzione del giornale per la peculiarità della sua storia personale, e soprattutto per il fatto che la guerra pare averlo cambiato … in meglio. «Il pensiero del dovere compiuto compie, anche altre metamorfosi, delle trasformazioni, non solamente materiali, ma anche, e soprattutto, spirituali» spiega La Sesia.

Soldati in attesa di partire per la licenza (fonte www.14-18.it)
Non tutti i soldati, racconta il giornale, sono per forza bravi cittadini, giovani onesti di buone famiglie, umili lavoratori che sono l’orgoglio dei loro genitori. Tra questi soldati partiti per il fronte ogni tanto «balza fuori di tanto in tanto la figura trasformata di qualche traviato, che ebbe nel passato anche dei conti da sistemare con la giustizia del suo paese» persone che «Il Saragat – nel suo libro – ha definito il “mondo birbone”; in quel mondo dei reietti, dei pregiudicati, dei sottoposti a vigilanza speciale, dei sospettati in permanenza, sui l’occhio della polizia vigile ed indagatrice si porta alla scoperta di ogni malefatta di ogni ruberia». Di queste facce, se ne erano viste diverse partire per il fronte; ma al loro ritorno essi non erano più le stesse persone che sono partite. La vita trascorsa al fronte, indossando la divisa e compiendo valorosamente il loro dovere, li aveva cambiati nel profondo. Uno di questi, «di questa schiera fra i più marcati. La figura stessa lo segnalava come un triste soggetto. Lurido , losco, scarmigliato, con gli abiti a sbrandoli ed il berretto unto sulle ventiquattro, l’occhio torvo, il mozzicone spento fra le labbra, il fare spavaldo e l’andatura strascicante del teppista». Eppure proprio questa persona si era presentata una settimana prima a richiedere indumenti per l’inverno e se non fosse stato per il nome, afferma il giornale, non sarebbe stato riconosciuto.


Soldati sui treni in viaggio per tornare a casa (fonte www.14-18.it)
«Avevamo davanti a noi un bell’Alpino, tracagnotto, ma dritto e  poderoso (…) aveva in tutto l’insieme un aspetto di distinzione negli occhi un raggio d’orgoglio (…) È già stato ferito, non da un proiettile, ma da uno di macigni che gli austriaci (…) Ne parla con un senso di soddisfazione, come di una prova bene superata e come una buona promessa per l’avvenire». La conclusione non può che essere una solamente … La guerra sta servendo al giovane per espiare le sue colpe, lavare la sua coscienza, «cancellare il suo passato obbrobrioso e restituirlo alla società il mondo delle peccata d’un tempo non lontano». 

giovedì 10 marzo 2016

La storia del soldato morto e "risorto"

Nei mesi di guerra sono tante le storie personali di soldati che vengono raccontate sui giornali, per avvicinare la popolazione ai propri cari in guerra e unire virtualmente popolazione e fronte di guerra. Tra queste, una di quelle più particolari viene raccontata su La Sesia nei primi giorni di gennaio, sotto un titolo che ha del soprannaturale: “Un morto risuscitato”.

La vicenda arriva da Desana e riguarda uno dei suoi giovani soldati mandati al fronte: Giuseppe Provina: «fuciliere della classe 1895, che trovavasi al fronte, è un giovanotto bello e rubicondo, ma non troppo ferrato nel leggere e nello scrivere; per questa ragione, quando voleva dar notizie ai suoi cari ricorreva ai compagni» (La Sesia, 14 gennaio ’16). La penultima lettera inviata dal fuciliere Provina ai propri cari è «in data 3 dicembre, scritta da un altro – ma con la firma del soldato stesso -.  L’ultima del 19 dello stesso mese, non portava la sua firma in calce ed era improntata a grande tristezza: pareva destinata a preparare i suoi cari ad una dolorosa notizia». Da quel momento non arriva più al paese alcuna notizia fino al 28 dicembre, quando dall’Austria via Roma giunge a Desana un telegramma che porta «la desolazione nella casa dei Provina. Il loro Pinot, così buono così adorato dai suoi cari, era stato raccolto dai nemici sul campo di battaglia».  Mentre le due sorelle del Provina accettano la notizia e si vestono a lutto, lo stesso non accade con la madre che «non volle saperne del lutto: nel suo materno intuito non si fidava di quella notizia, e soffocando in gola e le lagrime, serbava in cuore con la speranza di rivedere il suo diletto».


La madre, quindi, inizia a scrivere lettere per avere informazioni precise dal fronte: il primo a essere interpellato è un caporale del reggimento del figlio, l’autore dell’ultima lettera di Giuseppe; poi lettere vengono scritte anche agli altri Desanesi che in quel momento si trovano al fronte nello stesso reggimento del figlio. Dal fronte, però, non giungono delle risposte alle richieste della madre. Qualcosa inizia a muoversi solamente il 4 gennaio. «La signora Varalda vedova Ferraris, presidente il Comitato desanese pro soldati, ricevette una lettera di ringraziamento del Provina ma non con la sua firma». La signora ne da annuncio alla famiglia, che però non è convinta. Il fatto che la lettera non riporti la firma di Giuseppe da il là al sospetto che qualcuno possa essersi appropriato degli indumenti inviati per Giuseppe e ora stia rispondendo usando il suo nome. Il mistero viene risolto pochi giorni dopo. «Domenica scorsa ogni dubbio fu tolto, ogni dolore fu consolato: col tram delle 9, inaspettato, giunse a Desana, il bravo Provina, fra la meraviglia e la gioia dei suoi compaesani, che lo accompagnarono festanti alla casa paterna». La storia così finisce, con un lieto fine e con la gioia per la tutta la famiglia Provina, riunita dopo giorni di sofferenza. 

martedì 16 febbraio 2016

I giornali festeggiano l'anno nuovo

Con l'arrivo del 1916, per i giornali che fin qui abbiamo seguito, La Sesia e La Risaia, arriva il momento di tirare un bilancio sull'anno appena passato e di fare l'elenco dei buoni propositi per l'anno successivo.
Il primo giornale a stilare il proprio bilancio è La Risaia, che il 31 dicembre del 1915 festeggia con i suoi lettori il suo sedicesimo anno di attività. Nell'articolo però, il riferimento alla guerra è limitato a un riferimento alla censura, che limita la possibilità al giornale di poter fare propaganda: «Se non ci fosse la censura – spiega il giornale – potremmo scrivere di più: ma noi vogliamo risparmiare fatiche ed al sottoprefetto: e d'altronde i nostri compagni comprendono a meraviglia senza troppe parole a quale compito noi li chiamiamo ancora oggi, dopo tanti anni di lotte» (La Risaia, 31 dicembre ’15). Per il resto, l’editoriale non si occupa quasi mai della guerra, ma chiede ai “compagni” l’impegno costante di tutti nella propaganda tra il popolo per lottare ancora contro «L’incoltura, l’egoismo, la disunione, la propaganda brigantesca dei borghesi, dei preti, della stampa asservita al capitalismo». La propaganda, quindi, è  il compito che «il nostro giornale ha cercato di assolvere: in questo compito persevererà per l’avvenire sorretto dalla fiducia del proletariato del vercellese.
Diverso decisamente il tono della Sesia, che nel numero del 2 gennaio festeggia, invece, i 46 anni di attività «sicura dell’affetto e dell’appoggio dei vercellesi, i quali apprezzano e secondano i suoi sforzi modesti ma volenterosi per rendersi utile al proprio paese – e se c’è un anno in cui il giornale sente di – essere veramente la interprete fedele del pensiero vercellese, è questo memorando, storico anno, finito ieri in un bagliore di fiamma; fiamma di distruzione e di morte, e ad un tempo fiamma d’amore e di vita, perché agli orrori della guerra si intrecciano le belle prove di amor patrio, di valore e di abnegazione della nostra gioventù» (La Sesia, 2 gennaio ’16). Così, La Sesia  per l’anno nuovo si augura solamente una cosa: «che il seme generoso lanciato l’anno scorso nel fertile terreno del più puro patriottismo, dia quest’anno i frutti attesi della vittoria, della gloria, della pace onorata e feconda di felicità per l’Italia nostra». Ma perché ciò avvenga, non è necessario solamente che i soldati facciano la loro parte, ma che tutta la popolazione faccia del suo. «Chi ha dato,ridia e non si stanchi di dare; chi non ha dato od ha dato troppo poco, dia ora o dia ancora: è l’obolo della vittoria quello che vi si chiede, Vercellesi, che siate italiani per eccellenza. Bisogna, facendo un esame di coscienza, essere ben sicuri di aver fatto tutto il proprio dovere, od aver l’animo pronto a farlo ora».


BONUS

Sempre sul giornale del 31 dicembre La Risaia pubblica una notizia da Olcenengo sul ritorno di alcuni soldati dal fronte in licenza. I soldati vercellesi vengono accolti dalla popolazione con emozione e tripudio generali … o quasi. «Intendiamo parlare – spiega il giornale – d’un biondi netto che con una stonatura volle attirarsi ciò che si meritava. “A che tanta commozione – egli disse ghignando – non vedete come sono grassi?» (La Risaia, 31 dicembre ’15) attirandosi le ire del giornale, che lo invita a provare di persona la vita del soldato. A rispondere a questo articolo, sulle pagine della Sesia, è lo stesso “Biondetto”, di nome Giovanni Martignone professione Sellaio, che ammette di aver fatto quella battuta, ma in modo bonario assicurando a tutti che egli aveva fatto del suo meglio per assicurare “buonissime accoglienze” e “buona compagnia”. 

mercoledì 3 febbraio 2016

Lamentele dei soldati dal fronte... Dove sono i nostri indumenti??

Baraccamenti invernali
(fonte www.14-18.it)
Dall'inizio della guerra molte lettere erano giunte alla redazione della Sesia dal fronte della guerra, che raccontavano la vita e le imprese dei soldati vercellesi negli scenari di guerra oltre a ringraziare i comitati e le Unioni femminili «Pro Soldati» per tutti gli invii di indumenti invernali e gli aiuti che vengono portati al fronte: «Sono lettere piene di entusiasmo – racconta il giornale vercellese – e di sentimenti della più affettuosa, devota riconoscenza: parole di bontà, espressioni di gioia, slanci di gratitudine, provocati negli animi generosi dei nostri bravi soldati dalla prova di gentile, fraterna, affettuosa solidarietà dei propri concittadini, della loro diletta Vercelli» (La Sesia, 14 dicembre ’15).

Ma da qualche tempo, informa il giornale, il tono delle lettere ha iniziato a cambiare. Non ci sono solamente missive di ringraziamento ma anche quelle di soldati «che si lagnano di essere stati dimenticati, di non aver ricevuto nessun indumento per la fredda stagione, mentre ne ricevettero i loro compagni di altre regioni». Una di queste, proveniente dai “Soldati Vercellesi sconosciuti della ** batteria d’assedio” viene riportata per intero dal giornale. «Dalle più alte ed aspre nevose vette del Trentino – dice la lettera – un gruppo di artiglieri Vercellesi puro sangue, che combattono col medesimo entusiasmo dei loro compagni, più fortunati, difesi dal freddo con gli indumenti di lana loro inviati dal Comitato Vercellesi – e assicurano che essi – dimenticati cittadini Vercellesi, sapranno fare il loro dovere di soldati d’Italia, anche senza tanti incitamenti dai loro concittadini».
Natale al fronte (fonte www.14-18.it)



Fronte alpino (fonte www.14-18.it)
Quali erano stati i motivi di quella dimenticanza? Il comitato di preparazione civile, spiega il giornale, aveva già un vasto programma di aiuti che non si concentrava solamente sulla consegna di indumenti e per questo che in quel campo i provvedimenti erano stati pochi. Anche gli aiuti provenienti dall'Unione Femminile, che era nata con il solo scopo di raccogliere lana e indumenti per i soldati da inviare per l’inverno, non erano arrivati a sufficienza per un buon motivo. Il lavoro del comitato, infatti, era stato encomiabile tanto «da tenere uno dei primi posti, se non addirittura il primo, fra i Comitati della provincia di Novara». Ma questi indumenti, secondo il principio costituente del comitato, erano stati inviati principalmente a quei soldati che avevano fatto parte del presidio di Vercelli. «Essa – spiega il giornale – era mossa da un sentimento generoso di solidarietà non solamente verso i suoi concittadini, ma anche verso i suoi ospiti. E se in tutti i centri d’Italia si fosse fatto così, tutti i soldati al fronte avrebbero avuto il loro pacco di indumenti». Ma siccome questo non era accaduto, molti soldati vercellesi erano rimasti senza indumenti. Le spedizioni, sottolinea il giornale, stanno continuando e aumentando di peso «Sono più di 9000 indumenti- sottolinea La Sesia – che vennero spediti, e spedizioni supplementari si stanno ancora facendo», ma questo non basta, spiega ancora il giornale liberale che fa appello ai due comitati e alla cittadinanza, in modo che siano aumentati gli aiuti. «Questo rinnovato slancio, di solidarietà sarà il più fervido augurio per le feste natalizie ai soldati che dovranno passarle in trincea, ed in quel giorno sacro alle più liete e dolci espansioni, essi, pensando alla loro cara città con nostalgico desiderio, associeranno all'evviva all’Italia il suggestivo e caldo evviva che viene dal più profondo dell’anima loro: evviva Vercelli».

martedì 5 gennaio 2016

Un'avventura di guerra dei Lancieri Vercelli sul campo di battaglia

Mentre la città di Vercelli continua la sua vita con alti e bassi, la guerra continua a infiammare il fronte alpino, coinvolgendo anche i soldati provenienti dal territorio vercellese. Giungono quindi dal fronte le notizie delle imprese dei soldati  vercellesi; una di queste è sul reggimento Lancieri Vercelli: «il bel reggimento di cavalleria, ospite nostro sin dalla sua fondazione, aveva giurato, partendo, di far onore al nome che porta, già glorioso nei fasti del patriottismo e del valore» (La Sesia 23 novembre ’15). Il reggimento, naturalmente, si era trovato in difficoltà a combattere sulle vette delle Alpi, visto che il territorio non era per niente favorevole alle loro azioni militari. Nonostante questo, racconta La Sesia, il reggimento dei Lancieri Vercelli riescono a farsi valere tanto da ricevere l’encomio nell’ordine del giorno del comandante di Divisione

Cavalleria in marcia (fonte www.14-18.it)
Racconta La Sesia: «Una Sezione mitragliatrici dei Lancieri Vercelli era stata aggregata ad una Divisione di fanteria, ed il 23 ottobre, dopo che le fanterie, avevano occupata una trincea nemica, la Sezione stessa fu mandata a rinforzo del riparto di fanteria che teneva la trincea. Verso sera gli austriaci eseguirono un violento bombardamento sulle posizioni conquistate nel giorno dai nostri e specialmente sulla accennata trincea. Una granata nemica scoppiò in pieno nella trincea, fra le due mitragliatrici della Sezione, rendendo inservibili le due armi». A seguito di questa azione, finirono uccisi i sergenti Armando Barchietto (ucciso dallo scoppio di una granata mentre esplorava volontariamente il terreno vicino a un’altra trincea insistentemente colpita dal fuoco nemico) e Natale

Manzini e il caporale Leopoldo Ferri; in più rimasero feriti diversi altri soldati, tra cui il caporale Mario Donna che, nonostante una ferita grave a un fianco, era rimasto vicino alla sua mitragliatrice e non si erano allontanato fino all'ordine del suo comandante. Il Caporale Donna e il Sergente Barchietto furono proposti per una ricompensa al valore.

Cavalleria in azione a Gorizia (fonte www.14-18.it)
Nonostante la perdita delle due mitragliatrici a seguito dell’azione degli austriaci, il reggimento dei Lancieri Vercelli non si ritira, ma anzi continua a difendere la posizione con fermezza nonostante sia «sotto il fuoco nemico, fino a che le venne ordinato dai superiori di ritirarsi. Il generale comandante la Divisione a cui fu aggregata la Sezione, che la vide alla prova in più occasioni, quasi sempre in prima linea, incurante di disagi e fatiche, non solamente ne lodò il brillante contegno, augurando di averla sempre alle sue dipendenze, ma la citò all’ordine del giorno insieme alle altre truppe con essa combattenti. Ai lancieri della eroica Sezione, onore; onore sovra tutto ai prodi caduti, che tennero alto il nome di Vercelli col sacrificio della loro vita, ed auguri di sollecita guarigione ai prodi feriti».  

giovedì 24 dicembre 2015

Vercelli festeggia il primo Natale di guerra! Racconti e pensieri dalla "Sesia" e dalla "Risaia"

Con dicembre arrivano anche le festività per Natale, il primo che la città di Vercelli e tutto il Vercellese trascorre da quando l’Italia è entrata nella contesa europea. La popolazione, quindi si prepara a festeggiarlo nonostante le ristrettezze generate dal conflitto. Anche le due testate che fin qui abbiamo analizzato e che ci hanno accompagnato nel racconto della guerra danno il loro resoconto del Natale trascorso in città e nel contado, anche se con due tagli giornalistici completamente diversi.


Messa di Natale al fronte (fonte www.14-18.it)
Il liberale La Sesia racconta attraverso le sue pagine le attività organizzate per il Natale a favore di tutti coloro che sono colpiti, in un modo o nell'altro dalla guerra in atto. Il giornale da notizia delle iniziative preparate dal Comitato di preparazione civile e dell’Unione femminile «pro soldati» al fine di «allietare la ricorrenza della festa di Natale ai valorosi ospiti dei nostri ospedali di guerra, grazie alla intelligente attività  delle gentili signore dei due Comitati, promette di ottimamente (…) Nel pomeriggio del giorno di Natale, apposite commissioni di signore si recheranno si recheranno negli ospedali della Sanità militare, in quello civile ed in quello della Croce rossa per distribuire i doni destinati a quei giovani fratelli» (La Sesia 24 dicembre ’15). Così il giorno di Natale i soldati ricevono «circa mille doni consistenti in un ramo di pino sul quale erano appesi, legati da nastri tricolori, un portafoglio con porta ritratto, una matita in metallo bianco, un arancio, una «michetta» e cartoline illustrate. I portafogli, che avevano impressa in oro una affettuosa dedica» (La Sesia, 28 dicembre ’15). Non sono naturalmente l’unica cosa che giunge all'ospedale: vino, panettoni e cibo vengono inviati all'ospedale per allietare le festività dei soldati ricoverati.

Natale al fronte (fonte www.14-18.it)
A differenza della Sesia, invece, il socialista La Risaia preferisce raccontare il Natale, «il giorno dedicato a Gesù Bambino, che la leggenda ha fatto nascere in una capanna di Betlemme – in cui secondo il giornale  egli- reca dolci e balocchi ai figli della borghesia» (La Risaia, 25 dicembre ’15), invece di aiutare quelli delle famiglie più povere. Il giornale critica il fatto che, «mentre non abbonda l’aiuto alle famiglie povere, ai figli della borghesia, anche i momenti tristi come quelli che ora attraversiamo, non mancano i dolci e balocchi costosissimi. Quanto denaro sprecato per divertire coloro  che hanno già il superfluo! Quanti bambini, per contro, privi del necessario! (…) Povere mamme! Quante volte devono asciugarsi di nascosto una lacrima e trascinare il bambino lontano dalla vetrina fingendo di rimproverarlo. Ah sarebbe pure una bellissima cosa che il leggendario Bambino recasse i giocattoli ai fanciulli buoni, ma il caso è che bisogna comperarli dai negozianti che vogliono essere pagati». La critica si sposta poi nelle pagine delle corrispondenze, dove nella sezione dedicata a S. Germano il signor Tonelli fa notare come il Natale fosse la festa della famiglia. «Era, cioè, il giorno nel quale si riunivano i vari membri della medesima casa, cacciati dal bisogno  in varie piaghe lungo l’annata». Ma ora tutto questo era cambiato: «Il figlio è alla frontiera; il vecchio padre rimane angosciato al ricovero per non angosciarsi maggiormente recandosi nella sua vecchia casa dove invano aspetterebbe il bacio del figlio che manca; alla mamma manca l’abituale carezza pel bimbo poiché il suo pensiero è… altrove, ed il bimbo s’imbroncia perché tutti sono melanconici!». Per questo l’autore non può fare a meno che sperare, con tutto il cuore «che ritorni presto c’è che era prima, non la festa della chiesa, ma la festa della famiglia la festa della pace».


Il Soldato Felice Zampini (fonte www.14-18.it)
P.s. Sempre nel giornale La Sesia  del 24 ottobre si riportano nuove notizie sul soldato Felice Zampini, di cui abbiamo già parlato in un post di novembre scorso. Il soldato romano era stato ricoverato nell'ospedale militare di Vercelli dopo aver perso entrambe le mani, e qui si era attirato le simpatie della popolazione tanto che La Sesia aveva aperto una sottoscrizione pubblica per aiutare lui e gli altri soldati. Ora, prima di tornare a casa per la licenza di convalescenza, il soldato si reca presso la sede del giornale per mostrare con fierezza «le sue due brave mani meccaniche inguantate, e ne era tutto lieto ed orgoglioso. Egli può con tutta facilità manovrare l’indice ed il pollice d’entrambe le mani, cioè che gli consente di afferrare e tenere il cucchiaio,il bicchiere, la pipa» (La Sesia, 24 dicembre ’15).

lunedì 30 novembre 2015

L'inabissamento della "Benedetto Brin" colpisce Vercelli e due suoi cittadini

Una foto della corazzata Benedetto Brin
A fine settembre del 1915 l’Italia venne sconvolta dalla notizia della perdita della corazzata Benedetto Brin, nave da guerra che aveva partecipato allo sbarco a Tripoli nella guerra di Libia e che si trovava alla fonda nel porto di Brindisi. Causa dell’affondamento è l’esplosione proveniente dalla santabarbara della nave, anche se ancora oggi non sono del tutte chiare le ragioni (c’è chi parla di un agente austriaco o di un marinaio traditore, o semplicemente di un incidente casuale). Quel che è certo è che su 943 uomini presenti a bordo persero la vita 456 tra cui il comandante Giro Fara Forni e il Contrammiraglio Ernesto Rubin De Cervin. Tra i membri dell’equipaggio, due marinai erano provenienti da Vercelli: il cannoniere scelto Desiderio Trinchero e il torpediniere silurista Francesco Calvo. Le famiglie dei due ragazzi fanno telegrafare il sindaco al Ministero della Marina per chiedere delle informazioni sullo stato dei due giovani e «il contrammiraglio Nicastro rispose, che il Trinchero è salvo, benché ferito, e che il Calvo è affatto incolume» (La Sesia, 1 ottobre ’15). 

In realtà, le prime buone notizie vengono smentite nel giro di pochi giorni. Il cinque di ottobre, attraverso un telegramma inviato dal Ministero della Marina, arriva al sindaco Piero Lucca la notizia della morte del cannoniere scelto Desiderio Trinchero in seguito alle ferite riportate durante l’incidente. Il sindaco però non fa in tempo a comunicare la morte alla madre del cannoniere, poiché la donna è già partita per Brindisi per prestare soccorso al figlio ferito; la donna giunge a destinazione quando il figlio è ormai già sepolto, con grande strazio per la madre appena giunta a destinazione. La notizia, insieme alla foto del giovane caduto, viene riportata dalla Sesia l’8 ottobre.

La fine della Benedetto Brin (fonte www.brindisiweb)
Una sorte più favorevole è invece riservata all'altro vercellese presente sulla Benedetto Brin al momento dell’esplosione. Il giovane marinaio silurista Francesco Calvo, infatti, sopravvissuto all'esplosione torna a Vercelli, in licenza provvisoria mentre attende di essere ricollocato su una nuova nave. La Sesia riporta sul giornale il racconto dell’avvenimento fatto dal ragazzo. «Il Calvo – si legge sul giornale - era a bordo della sua nave quando avvenne lo scoppio, e si trovava, con altri quattro compagni, nella camera di lancio dei siluri, che si trova a due metri e mezzo sotto il livello dell’acqua a prua, mentre lo scoppio era avvenuto a poppa. Al primo momento pensò che la nave fosse stata silurata da qualche sommergibile nemico nascosto nel porto; ma il rombo dell’esplosione era troppo formidabile perché si trattasse di un solo siluro (…) I cinque giovani si trovarono improvvisamente all'oscuro, essendosi spenta la luce elettrica; il Calvo salì per la scaletta interna, alla sala soprastante delle dinamo, dove sentì ben presto, l’acqua sotto i piedi; passò allora nei locali dell’officina e vi trovò aperta nel soffitto una botola, la chiusura della quale era stata divelta dalla violenza dell’esplosione. Salito sopra un torno, vi si arrampicò ed uscì all'aperto. L’acqua rasentava ormai il bordo della nave: il Calvo si gettò in mare» (La Sesia, 17 ottobre ’15). Un ultimo ricordo va anche alla vittima vercellese Desiderio Trinchero, di cui Francesco Calvo era amico e col quale era sulla Brin già da nove mesi. «La sera prima del disastro – racconta il giornale – erano stati insieme. È ancora addolorato della misera fine dell’amico» 

martedì 10 novembre 2015

La città di Vercelli si mobilita per il soldato Zampini

Con l'arrivo nella città di Vercelli dell’ospedale militare, giungono in città i primi colpiti dalla guerra, soldati feriti e mutilati mandati via dal fronte e portati nelle retrovie a curarsi. Molti di questi soldati versano in condizioni critiche  o con mutilazioni gravi, tra questi a raccogliere la simpatia di gran parte dei cittadini vercellesi è il soldato Felice Zampini.
Una foto di Felice Zampini e del padre tratto dalla Sesia

Felice Zampini è un soldato romano, originario di Gallese in provincia di Roma e giunto a Vercelli agli inizi di settembre, e ricoverato all'ospedale militare poiché in combattimento ha perso entrambe le mani ed è quindi «in attesa dell’applicazione delle mani artificiali»(La Sesia, 25 settembre ’15) . Egli è un soldato «doppiamente valoroso, per il coraggio spiegato nella guerra di Libia ed in quella attuale di redenzione delle terre nostre soggette all’Austria, e per l’eroica rassegnazione con cui ha sopportato l’amputazione di entrambe le mani». La sua condizione di grave mutilazione attira le simpatie di tutta la città e del giornale La Sesia, che decide di aprire una sottoscrizione pubblica a suo favore per aiutare lui e la sua famiglia in vista anche dei tempi difficili che li attendono. Iniziano quindi a giungere alla redazione del giornale La Sesia i primi soldi provenienti dalle donazioni dei cittadini vercellesi. Il gesto commuove molto la famiglia del soldato romano tanto che la moglie, Sestilia Zampini, scrive al giornale per ringraziare tutti della generosità. La lettera, datata 11 settembre 1915, viene pubblicata il 14 settembre sulla prima pagina della Sesia. «Non ho parole sufficienti – scrive la donna- a ringraziare la S.V. quanto merita per quel che ha fatto a pro’ di mio marito (…). Immane è stata la sventura, giacché vedere un giovane di 25 anni privo di ambo le mani quando arride la primavera della vita, è la cosa più orrenda e dolorosa che mente umana possa concepire (…) conforto è per me il pensare, che questo sacrifizio è dovuto alla gran Madre, la nostra patria Italia, per la quale è sommo decoro ai suoi figli valorosi versare tutto il loro sangue» (La Sesia, 14 settembre ’15).



Soldati ferita in attesa di aiuti (fonte www.14-18.it)
La sottoscrizione a favore del soldato Zampini registra uno straordinario successo, tanto che già il venerdì successivo il giornale può annunciare di essere prossimo alle 1.500 lire raccolte. «Nessuno può certamente, non che rammaricare il fatto, meravigliarsi di questo slancio di pietà per un caso raccapricciante, che resterà forse unico nella storia di questa guerra e di simpatia per  una semplice e buona donna del popolo» (La Sesia, 17 settembre ’15). Il successo dell’appello porta il giornale a pensare che «si potrebbe adeguatamente soccorrere anche gli altri mutilati che si trovano nel nostro Ospedale militare pure riservando allo Zampini il grosso del capitale raccolto per lui e nel suo nome».  Dopo aver parlato della possibilità sia con il direttore tecnico dell’ospedale militare, il professor Isnardi, e con il soldato Zampini stesso, il giornale decide di dare seguito alla sua idea, in modo che «nessuna nube, sia pur lieve, di gelosia, offuscherà la bellezza confortante di un gentile atto di generosità della Cittadinanza vercellese».

lunedì 12 ottobre 2015

Le richieste alle Ferrovie di Stato: "Dateci più vagoni!"

Ferrovie al fronte (fonte www.14-18.it)
Mentre si avvicina il quarto mese di guerra, i problemi del “fronte interno” vercellese si fanno sempre più pressanti. Il Vercellese, nei primi mesi di guerra, aveva già dovuto affrontare problemi legati alla chiusura delle esportazioni che impedivano di poter smerciare le derrate del riso e i lunghi bracci di ferro per la regolamentazione dei contratti di schiavenza (proprio a fine agosto giunge un decreto luogotenenziale che permette a coloni, affitta voli e salariati fissi di poter prorogare i contratti di lavoro che causa un acceso dibattito sugli oneri di lavoratori e datori di lavoro), influenzati dalla partenza degli uomini verso il fronte. Ora un nuovo problema si presenta ponendo un ulteriore ostacolo nei campi già pericolanti dell’industria e del commercio.

Trasporto rifornimenti (fonte www.14-18.it)
I problemi riguardano la gestione dei treni fatta dalle Ferrovie di Stato e, più di preciso, della mancanza di vagoni che impongono un freno alle esportazioni. Le Ferrovie di Stato erano state protagoniste dell’iniziale mobilitazione dell’esercito e del trasporto delle truppe verso il fronte, e in questo compito, conferma anche La Sesia, «le Ferrovie di Stato si sono veramente fatto onore» (La Sesia, 29 agosto ’15). Ma ormai la mobilitazione delle truppe si è conclusa e quindi l’amministrazione ferroviaria ora «dovrebbe poter provvedere alle ridotte esigenze dell’esercito ed a quelle- che sono pure legittime, trattandosi degli interessi economici del paese, trattandosi degli interessi economici del paese in un momento così grande – del commercio e dell’industria. Tanto più che, pur troppo, anche le richieste del commercio sono ridotte». Ma poiché «le magre ragioni dell’amministrazione ferroviaria per giustificare questo stato di cose che neppure lo stato di guerra può spiegare», le associazioni decidono di protestare presso l’amministrazione delle Ferrovie di Stato.


Carri treno con pezzi di artiglieria (fonte www.14-18.it)
La prima a muovere passi concreti è il Casino di Commercio di Vercelli, associazione agricola e commerciale vercellese, che invia alla direzione di Torino delle Ferrovie di Stato un telegramma in cui si protesta nuovamente la mancanza di vagoni nella stazione di Vercelli e l’obbligo appena introdotto di frazionare i vagoni (che aggrava le spese di trasporto). La richiesta è quindi quella di fornire il prima possibile un invio di vagoni che possano aiutare a consegnare le merci ai destinatari. Si muovono anche le istituzioni, e il 24 agosto il sindaco di Vercelli, Piero Lucca, riferisce la risposta che a lui giunge da Torino alla richiesta del Casino. Le Ferrovie rimarcano ancora le difficoltà di reperire vagoni dovute principalmente alla guerra e al loro utilizzo militare. Ma si difendono ricordando che «alla stazione di Vercelli, nel periodo dal 16 al 20 corrente, sono stati caricati ben 291 carri, ciò dimostra che si fa tutto il possibile per fornire il materiale corrente». Tuttavia, le Ferrovie di Stato terranno presente le richieste dell’associazione in modo da fornire un maggior numero di vagoni. Perché in fondo, come ricorda La Sesia «la crisi commerciale attuale, conseguenza inevitabile e provveduta della guerra, non dovrebbe essere aggravata dalle difficoltà degli scambi».



 

lunedì 5 ottobre 2015

I socialisti del vercellese contro i comitati di assistenza

Dopo la polemica generale messa in prima pagina dalla Risaia nelle settimane precedenti, il giornale socialista decide di dare voce direttamente alle sezioni locali del partito portando diversi esempi su come questi comitati stiano funzionando male, non adempiendo al loro compito di protezione delle famiglie dei soldati e dei bisognosi.

I socialisti della sezione di Trino mettono sotto accusa il comitato adibito a soccorrere le famiglie povere del paese. In realtà, accusano i socialisti, il comitato è stato formato «a solo scopo di antagonismi fra i partiti di lor signori» (La Risaia 21 agosto ’15). Secondo i conti fatti dal giornale, la cassa del comitato conteneva all’incirca diecimila franchi: «cinque mila furono stanziati dal Comune colla presenza in seduta consigliare dei nostri compagni, e gli altri circa cinquemila furono raccolti alla rinfusa tra capitalisti e nullatenenti». Ma questi soldi, secondo le accuse mosse dai socialisti, sono stati usati da molti per soccorsi a persone non bisognose di aiuto. Tra i beneficiari, infatti, ci sarebbero persone «che non possono far miseria, perché posseggono casa e terreno e persino alcuni di questi non hanno figli o tutt’al più ne hanno uno». Allo stesso tempo ci sono famiglie veramente bisognose «che hanno 3 o persino 4 bambini, senza possedimenti e risorsa alcuna e non sono stati elencati pel soccorso, anzi le mogli reclamarono invano dal personale del Comitato per aver diritto al sussidio». Il tutto, accusano i socialisti a Trino, è causato oltre che da coloro che gestiscono il Comitato (e indirettamente il partito cattolico che controlla Trino) anche dalla “spilorceria” dei signori, che aprono poco volentieri il loro portafoglio per rimpinguare le casse.
Soldati al fronte ricevono aiuti mandati dai comitati


Una lamentela simile viene mossa anche a Asigliano. Anche qui esiste un Comitato Pro Richiamati, ma in questo caso il problema evidenziato non è tanto il funzionamento, ma la mancanza di risorse finanziarie che lo rendono inutile. «Volete sapere – escluso un agricoltore che ha dimostrato di comprendere generosamente il dovere degli abbienti – volete sapere quanto hanno versato gli agricoltori dimoranti ad Asigliano? Nemmeno che 22 lire (diciamo ventidue lire)!». Eppure, sottolinea il giornale, gli stessi padroni erano soliti esaltare i soldati mandati a controllare l’ordine pubblico («che nessuno si sognava di turbare» specifica La Risaia durante il periodo degli scioperi e «ora che questi soldati si battono per la gloria d’Italia, per conservare tranquilli e inalterati gli stessi possedimenti dei padroni, gli agricoltori di Asigliano non corrono a lenire le sofferenze delle famiglie dei richiamati col contributo generoso e doveroso (…). Ora è chiaro che se non versano gli abbienti, i poveri dovranno poi quest’inverno – quando i bisogni saranno cresciuti – patire la fame». Qual è, perciò, la soluzione proposta dal giornale? Che il Governo prenda un provvedimento di tassazione proporzionata alla ricchezza da applicare a «tutta questa gente che assiste ai sacrifici dei soldati, alla miseria delle famiglie ma non si commuove, e più che tutto, non tira fuori un soldo dal taschino».