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giovedì 26 maggio 2016

La guerra continua! I socialisti chiedono nuovi contributi

Dopo quasi un anno dall’inizio della guerra ancora non sembra profilarsi all’orizzonte un vero vincitore. Lo stallo nella conduzione della guerra e il suo prolungarsi stanno iniziando a creare molte difficoltà nei Paesi partecipanti al conflitto. Se c’era qualcosa che proprio nessuno si aspettava è che la guerra potesse non finire in tempi brevi. Per questo gran parte dei provvedimenti presi nei mesi precedenti sembrano essere insufficienti. Per questo i socialisti a Vercelli iniziano ad alzare la voce per cercare di ottenere maggiori risorse da stanziare ai lavoratori e le loro famiglie.

Primo obiettivo sono i padroni di terreni e risaie, accusati dal giornale socialista La Risaia di non aver aumentato la paga dei loro lavoratori nonostante il costo della vita stia aumentando sensibilmente. La scusa addotta dai padroni è la povertà delle annate precedenti, che renderebbero impossibile dare più soldi ai loro dipendenti. Ma La Risaia non si fida e chiede a agricoltori e parlamentari di indagare su questa cosa, in modo da dimostrare la veridicità delle affermazioni dei padroni. «I nostri agricoltori non trovano mai l’annata buona per aumentare qualche soldo di paga ai contadini. Noi quest’anno, come abbiamo ripetutamente detto, non vogliamo fare nessun movimento organizzato: ci si lasci almeno la soddisfazione di dimostrare che la risposta che ci fu data non è giusta» (La Risaia, 4 marzo 1916).



Il secondo bersaglio è quello del sindaco Piero Lucca e della sua politica. Il sindaco Lucca, racconta il giornale, era salito al potere prima dell’inizio della guerra vincendo un elezione grazie a un programma di stampo liberista e alla promessa di non imporre nuove tasse durante il suo mandato. «I contribuenti hanno uno straordinario timore delle tasse, e posti al bivio tra i socialisti, che volevano imporre balzelli sui ricchi ed abolire il dazio gravante sui poveri, e la autorevole sicumera affermante che di danari ce n’erano anche troppo, non hanno esitato un minuto» (La Risaia, 11 marzo 1916). La promessa era quindi stata mantenuta; anzi, il sindaco ne aveva tolte altre che gravavano sui proprietari con diversi tagli nel bilancio. «Perché noi avremmo compreso tener fede a tal promessa – diffusa alle turbe dal suo amico Gallardi – nei periodi di lavoro e di pace, quando i bisogni delle famiglie, le miserie, i patimenti rappresentavano l’eccezione (…), ma l’incocciarsi tedesco a non voler mutar sillaba a un sillabo elettorale, proprio in questi momenti dolorosi, ci riesce incomprensibile». La soluzione è semplice per La Risaia: «tassi senza misericordia i contribuenti che posseggono, che hanno industrie, che hanno case, che hanno esercizi e devolva il ricavato alla sottoscrizione pro famiglie dei richiamati». In questo modo, il Comune sarebbe in grado di far fronte alle difficoltà delle famiglie dei richiamati e si potrebbe così rifarsi di tutti coloro  che «hanno e non danno», quei cittadini più facoltosi che volontariamente non partecipano alle sottoscrizioni più avendone i mezzi. «L’inverno è stato lungo: non è ancora finito; il pane ed il carbone sono a carissimo prezzo: i pochi soldi che il Governo elargisce non possono in piccola parte lenire tanta miseria. Ci giungono di tanto in tanto, dal fronte, lettere di nostre compagni, ripiene d’ansia e di dolore per la sorte dei loro vecchi,  delle loro donne, dei loro bambini».



martedì 15 dicembre 2015

Vercelli affronta il problema dell'approvvigionamento del carbone


Con l’avvicinarsi dell’inverno sono diverse le questioni che iniziano a farsi pressanti in città, soprattutto con la guerra ancora in corso. «Il pane caro – descrive il giornale socialista La Risaia - la polenta cara, la salacca e il merluzzo cari, la legna e il carbone cari; dall'altra parte le risorse assai scarse per la mancanza delle braccia più valide al lavoro. Ecco il bilancio preventivo delle famiglie povere, specialmente dei paesi di campagna, che hanno i loro congiunti sotto le armi» (La Risaia, 13 novembre ’15). Questi problemi che assillano la popolazione trovano un minimo di conforto dai sussidi che giungono in parte dal governo e da quelli dei comitati civili, che comunque non sono sufficienti. Per questo, per quanto riguarda alcuni provvedimenti, entrano in gioco anche altre istituzioni. Questo è il caso della Cassa di Risparmio vercellese, che interviene per aiutare le famiglie con gli approvvigionamenti di carbone.

L'onorevole Modesto Cugnolio
Il Carbone e il suo reperimento, necessario per riscaldare le case in vista dell’inverno, con l’avanzare dei giorni sta diventando sempre più un problema, specialmente per le famiglie più povere che non possono permettersi di pagare tanto per questo. La questione viene sollevata in consiglio comunale dai socialisti, che alla fine di ottobre riescono a fermare un provvedimento preso dalla Commissione dell’officina Gas, che aveva deciso di interrompere la vendita diretta del carbone al piccolo consumatore mantenendo solo quella all'ingrosso. Ottenuta questa revisione i socialisti, guidati dall'onorevole Cugnolio, continuano a far pressione sulla Giunta affinché arrivi a una soluzione. Alla fine a fornire una soluzione è la Cassa di Risparmio. «Questo istituto solito a distribuire in beneficenza una rilevante parte dei suoi utili, ha voluto anticipare la sua beneficenza stanziando per l’agitata questione della provvista del carbone lire 16.000» (La Risaia, 13 novembre ’15).  In questo modo, la Cassa di Risparmio: «e venuta nel lodevole venendo in soccorso alle famiglie più povere della città per la provvista del carbone coke, onde facilitarne loro l’acquisto mediante una considerevole riduzione dei prezzi» (La Sesia, 9 novembre ’15).


Il sindaco Piero Lucca
In cosa consiste questo provvedimento preso dalla Cassa di Risparmio? «La Cassa emetterà quattromila buoni da distribuire mille per mese nei quattro mesi più rigidi dell’inverno; ciascun buono varrà per un quintale, da acquistarsi anche a miriagrammi, che sarà dall'acquirente pagato quattro lire meno del prezzo della giornata, perché le quattro lire saranno rimborsate dalla Cassa di Risparmio all'Officina del gas, fornitrice del carbone». A decidere i beneficiari di questo provvedimento saranno i membri di una commissione creata ad hoc dal Comune: «una Commissione di quattro membri, due della maggioranza e due della minoranza, la quale saprà trovare il modo della giusta distribuzione dei tagliandi coi quali si potrà acquistare il carbone a quattro lire meno del prezzo della giornata. (…) Il carbone a prezzo ridotto verrà distribuito prima di tutto alle famiglie dei richiamati bisognose, poi alle vedove ed ai vecchi inabili al lavoro. La commissione non potrà disporre per più di mille quintali al mese. Può tuttavia accadere che stretto dalle circostanze il comune debba provvedere i fondi per completare questo servizio del carbone e forsanche per istituirne altri necessari per combattere il caro viveri come fu già fatto in altre città» (La Risaia, 13 novembre ’15).  

giovedì 10 dicembre 2015

Nelle scuole vercellesi non si serve più minestra! La crisi del patronato scolastico


Tra i vari disagi laterali causati dalla guerra ci sono anche quelli che colpiscono la scuola e l’istruzione. Questa, soprattutto nella città di Vercelli, era già stata messa sotto pressione durante l’estate quando parte dei plessi scolastici erano stati sequestrati e usati come locali per l’ospedale militare della città. Situazione risolta grazie all'intervento del sindaco Piero Lucca che era riuscito a ottenere di liberare almeno gli edifici del Convitto Dal Pozzo e degli Istituti “Camillo Cavour” e “Giuseppe Mazzini”. Ora, a pochi mesi dall’inizio della scuola, una nuova questione si apre sul fronte scuola, quella del Patronato scolastico.

L'Istituto Cavour
Cos'è il patronato scolastico? Si tratta di una istituzione nata verso la fine del XIX secolo allo scopo di incentivare la scolarizzazione elargendo anche, dove è necessario, contributi di carattere economico. All'inizio del 1913 questi patronati vengono istituiti nei comuni con lo scopo di fornire assistenza agli alunni delle scuole elementari attraverso la creazione di mense scolastiche, sussidi per vestiti e distribuzione di materiale didattico e di cancelleria. Proprio sulla mensa si scatena la polemica. Il 23 ottobre esce su La Risaia un articolo che protesta per la modifica imposta dal sindaco Piero Lucca sulla refezione concessa dal patronato scolastico che «negli anni scorsi consisteva in una bella scodella fumante di ottima minestra – mentre ora – si distribuirà d’ora innanzi la fettina di salame od il pezzetto di formaggio» (La Risaia 23 ottobre ’15). Un cambiamento che potrebbe fare piacere ai ragazzi, ma che invece non farà di certo piacere alle famiglie, che preferirebbero del cibo caldo per i propri figli. Il problema è che l’alto prezzo del carbone avrebbe comportato un costo per il pasto, un costo che il Comune (che sostiene la maggioranza delle spese del patronato, circa 21.000 lire) inizia a farsi troppo pesante. Servirebbe l’aiuto dei “padroni”, ma questi contribuiscono solamente con 690 lire, troppo poco secondo La Risaia che vorrebbe che il Comune spinga per ottenere più fondi da loro.


Un francobollo "Pro Patronato"
(fonte www.delcampe.net)
Su questo argomento il giornale socialista riceve l’appoggio anche della Sesia, perché il patronato è un’istituzione che merita «tutta l’attenzione del pubblico in una città che abbia coscienza dell’importanza della scuola. In tanto su può con rigore pretendere la stretta osservanza, da parte delle classi popolari, dell’obbligo scolastico» (La Sesia, 24 ottobre ’15). Per questo motivo questo deve essere curato, e se il motivo per cui la refezione scolastica è passata da calda a fredda è solo finanziario, allora è necessario ampliare la disponibilità finanziaria del Patronato. Anzi «noi vorremmo che l’appello per creare nuovi sostenitori al Patronato fosse periodico, almeno annuale». Lo scopo, secondo La Sesia, soprattutto in un momento tale di difficoltà dovrebbe essere quello di ampliare la base dei “padroni” che forniscono finanziamenti al patronato e non dileggiare e chiedere ancora di più a quelli che lo fanno già. Anche perché, fa notare La Sesia «se si verificassero le liste dei maltrattati padroni si vedrebbe che sono, su per giù, sempre gli stessi volenterosi contribuenti di tutte le buone iniziative cittadine; mentre mancano nelle loro file molti che avrebbero obbligo morale di esservi inclusi».  Poiché, come ricorda La Risaia: «Pur ammirando l'abnegazione e lo zelo dei pochi che al patronato diedero soldi e fatiche, e l'altruismo degli amministratori che gratuitamente diedero l'opera loro, del segretario cav. Defilippi, che - ci assicurano - per lunghi anni  si sobbarcò  ad ingenti carichi senza riscuotere neppur un baiocco di assegno (...) Con tutto ciò, ripetiamo, non si dileggia alcuno affermando che 690 lire raccolte da una così ostinata federazione di benefattori son pochine pochine...» (La Risaia, 30 ottobre '15)

mercoledì 28 ottobre 2015

Vercelli combatte per il suo Convitto!

Il Convitto Dal Pozzo in una foto d'epoca
(fonte www.roberto-crosio.net)
Pochi giorni dopo l’inizio della guerra Vercelli era già stata chiamata a compiere i primi sacrifici. Oltre ai numerosi comitati, nati con l’idea di aiutare famiglie e soldati attraverso diverse iniziative benefiche e assistenziali, la città era diventata anche sede di un importante ospedale militare. Questo, diviso in tre sezioni, era ospitato all’interno di alcuni edifici scolastici della città: l’Istituto Tecnico “Camillo Cavour”; le scuole elementari “Giuseppe Mazzini” e del Collegio “Dal Pozzo”. La città quindi, come ricorda La Sesia alla fine di agosto si è già dovuta privare di «due splendidi edifici comunali dell’Istituto tecnico Cavour e delle scuole elementari Mazzini adibiti ad Ospedali militari e nessuno rammaricherà che i nostri valorosi soldati reduci del fronte feriti o malati permangano anche durante l’inverno in quelle magnifiche dimore, fornite di tutte le comodità e di tutti gli agi occorrenti» (La Sesia, 31 agosto ’15). Questi non sono neanche gli unici locali che la città di Vercelli ha fornito: «Altri locali comunali, scuole, teatro, caserme, il lazzaretto di Billiemme furono messi a disposizione dell’autorità militare per ricoverarvi reclute e richiamati. Il Seminario accolse nelle sue belle e vaste aule i profughi qui mandati, dalle terre redente, per le esigenze della guerra ed anche per toglierli ai pericoli delle rappresaglie nemiche».

Istituto Tecnico "Camillo Cavour" (fonte www.annuncivercelli.it)
Ma nonostante il patriottismo di Vercelli, La Sesia  sottolinea come in qualche caso questa situazione finirà per danneggiare la città nonostante si possano trovare soluzioni che evitino «danni gravi, in parte parte irreparabili, che potrebbero colpire la vita economica ed intellettuale della città». Il problema riguarda il Convitto Dal Pozzo e i locali del R. Liceo-Ginnasio e dell’Istituto tecnico. Questi sono in quei giorni occupati dall'ospedale che costringerebbe le due scuole a «rimaner chiusi: ed il Dal Pozzo dovrebbe rinunciare ad accogliere i 120  giovani che ospita annualmente» con tutti i danni che porterebbe ad economia e istruzione in Vercelli. Per questo La Sesia muove un appello al Governo e alle autorità militari affinché si ponga una soluzione a questa situazione riaprendo così le due scuole. In questo modo si potranno «evitare i danni della chiusura del Convitto e delle scuole secondarie – e così Vercelli (…) – si accingerà con nuova lena e con rinnovato entusiasmo ad assecondare il patrio Governo nella sua azione vigorosa e saggia».


il Sindaco Piero Lucca
L’appello viene raccolto dalle autorità e nel numero del 3 settembre La Sesia può affermare in prima pagina che “I due grandi interessi sono stati conciliati”. Già martedì mattina il Sindaco e Senatore Piero Lucca aveva iniziato a muoversi per risolvere la situazione, ottenendo la promessa della riapertura delle sedi scolastiche. Vista risolversi la situazione in modo soddisfacente, La  Sesia si lancia in un’altra tirata patriottica per sottolineare la migliore situazione italiana rispetto a quella degli altri paesi in guerra. «Una delle belle caratteristiche della guerra attuale – spiega La Sesia – è appunto questa: che la vita normale del paese continua indisturbata» (La Sesia, 3 settembre ’15). Certo, fenomeni come la disoccupazione, il razionamento del cibo sono inevitabili. «Ma in Italia – grazie all'avvedutezza dei nostri governanti e capi dell’esercito; grazie allo slancio irresistibile dei nostri valorosi soldati, siamo riusciti, contrariamente a quanto avvenuto in Francia, nel Belgio, in Russia, in Serbia, a portare ed a mantenere la guerra in casa altrui (…) È avvenuto, quindi, che la vita del paese continua con il suo ritmo normale: i servizi pubblici funzionano, i lavori agricoli non sono turbati, nei limiti della crisi la vita industriale va svolgendosi (…) e le scuole saranno riaperte all'epoca consueta». Tutto quindi fila liscio a pochi mesi dall’inizio della guerra, a parte naturalmente i piccoli problemi della guerra.  

lunedì 12 ottobre 2015

Le richieste alle Ferrovie di Stato: "Dateci più vagoni!"

Ferrovie al fronte (fonte www.14-18.it)
Mentre si avvicina il quarto mese di guerra, i problemi del “fronte interno” vercellese si fanno sempre più pressanti. Il Vercellese, nei primi mesi di guerra, aveva già dovuto affrontare problemi legati alla chiusura delle esportazioni che impedivano di poter smerciare le derrate del riso e i lunghi bracci di ferro per la regolamentazione dei contratti di schiavenza (proprio a fine agosto giunge un decreto luogotenenziale che permette a coloni, affitta voli e salariati fissi di poter prorogare i contratti di lavoro che causa un acceso dibattito sugli oneri di lavoratori e datori di lavoro), influenzati dalla partenza degli uomini verso il fronte. Ora un nuovo problema si presenta ponendo un ulteriore ostacolo nei campi già pericolanti dell’industria e del commercio.

Trasporto rifornimenti (fonte www.14-18.it)
I problemi riguardano la gestione dei treni fatta dalle Ferrovie di Stato e, più di preciso, della mancanza di vagoni che impongono un freno alle esportazioni. Le Ferrovie di Stato erano state protagoniste dell’iniziale mobilitazione dell’esercito e del trasporto delle truppe verso il fronte, e in questo compito, conferma anche La Sesia, «le Ferrovie di Stato si sono veramente fatto onore» (La Sesia, 29 agosto ’15). Ma ormai la mobilitazione delle truppe si è conclusa e quindi l’amministrazione ferroviaria ora «dovrebbe poter provvedere alle ridotte esigenze dell’esercito ed a quelle- che sono pure legittime, trattandosi degli interessi economici del paese, trattandosi degli interessi economici del paese in un momento così grande – del commercio e dell’industria. Tanto più che, pur troppo, anche le richieste del commercio sono ridotte». Ma poiché «le magre ragioni dell’amministrazione ferroviaria per giustificare questo stato di cose che neppure lo stato di guerra può spiegare», le associazioni decidono di protestare presso l’amministrazione delle Ferrovie di Stato.


Carri treno con pezzi di artiglieria (fonte www.14-18.it)
La prima a muovere passi concreti è il Casino di Commercio di Vercelli, associazione agricola e commerciale vercellese, che invia alla direzione di Torino delle Ferrovie di Stato un telegramma in cui si protesta nuovamente la mancanza di vagoni nella stazione di Vercelli e l’obbligo appena introdotto di frazionare i vagoni (che aggrava le spese di trasporto). La richiesta è quindi quella di fornire il prima possibile un invio di vagoni che possano aiutare a consegnare le merci ai destinatari. Si muovono anche le istituzioni, e il 24 agosto il sindaco di Vercelli, Piero Lucca, riferisce la risposta che a lui giunge da Torino alla richiesta del Casino. Le Ferrovie rimarcano ancora le difficoltà di reperire vagoni dovute principalmente alla guerra e al loro utilizzo militare. Ma si difendono ricordando che «alla stazione di Vercelli, nel periodo dal 16 al 20 corrente, sono stati caricati ben 291 carri, ciò dimostra che si fa tutto il possibile per fornire il materiale corrente». Tuttavia, le Ferrovie di Stato terranno presente le richieste dell’associazione in modo da fornire un maggior numero di vagoni. Perché in fondo, come ricorda La Sesia «la crisi commerciale attuale, conseguenza inevitabile e provveduta della guerra, non dovrebbe essere aggravata dalle difficoltà degli scambi».



 

lunedì 20 luglio 2015

A favore di operai e schiavandari. I primi provvedimenti per far fronte alla guerra

Con l’avanzare della guerra si moltiplicano i provvedimenti presi al fine di tutelare e favorire i richiamati alle armi e soprattutto le loro famiglie, che molto spesso potevano contare solo sul lavoro di questi richiamati per sopravvivere. Il 7 giugno gli industriali vercellesi si riuniscono e, pur non riuscendo ad «adottare provvedimenti uniformi per tutte le aziende» (La Sesia 11 giugno ’15), redigono delle disposizioni direttive a cui tutte le aziende vercellesi saranno tenute a uniformarsi. Si dovrà, durante il periodo di guerra e finché l’attività industriale della ditta continua, «assicurare (…) la conservazione del posto tanto agli impiegati che agli operai richiamati (…). Nel caso di diminuzione di lavoro preferire, ove difficoltà tecniche non vi ostino, la riduzione degli operai.(…) Accordare agli impiegati ed agli operai, od alle loro famiglie, quegli aiuti e quelle facilitazioni che le condizioni delle aziende possono comportare. (…) Fornire, ove sia possibile e di preferenza, lavoro a persone appartenenti alle famiglie dei richiamati». (La Sesia 11 giugno’15). Il tutto allo scopo di restaurare, dopo le dure lotte degli anni precedenti, «il ricordo della mutua collaborazione nella vita industriale» (La Sesia, 11 giugno ’15).


Mondine 

Provvedimenti analoghi vengono presi dal Consiglio Direttivo dell’Associazione fra gli Agricoltori del Vercellese nella seduta del 25 maggio a favore di coloro che La Risaia chiama gli “schiavandari”. Chi sono gli schiavandari? Si trattava di lavoratori agricoli che lavoravano con un salario fisso e contratti di carattere annuale. Contratti però che vincolavano questi agricoltori al loro datore di lavoro in modo quasi “servile”. Il datore di lavoro aveva la facoltà di utilizzarli per qualsiasi mansione, licenziarli in caso di disobbedienza (e in questo caso l’agricoltore rischiava di perdere la propria casa e ciò che produceva per il proprio sostentamento) e non pagarli se non avessero compiuto l’intero servizio “in modo lodevole”. Il tutto con pochissimi diritti, visto che all’agricoltore erano concessi solo 3 giorni di licenza e 12 giorni di malattia all'anno (e non nei periodi di lavoro più intensi). La Risaia aveva già chiesto nelle edizioni precedenti (il 19 maggio) di provvedere anche a questi lavoratori e quando l’Associazione approva i primi aiuti se ne intesta idealmente il merito (nonostante La Sesia affermi che in realtà la richiesta è arrivata nell'edizione del 29 e quindi quando l’Associazione aveva preso le decisioni autonomamente). Quali sono i provvedimenti presi? L’Associazione raccomanda ai propri soci «che siano conservati il posto, il contratto e la casa del salariato capo famiglia richiamato alle armi. Che la famiglia dello stesso richiamato continui a godere dell’alloggio occupato. Che riceva il raccolto della campagna alle condizioni in corso e tutte le somministrazioni mensili o annuali come se il capo famiglia fosse presente al lavoro (e questi provvedimenti mostrano chiaramente il legame quasi feudale tra padrone e agricoltore da cui derivava il nome di “schiavandari”). Che resti invece sospeso il puro salario in danaro, in considerazione che lo Stato sussidia direttamente le famiglie dei richiamati e perché d’altra parte l’agricoltore è gravato dalla spesa anche della sostituzione di mano d’opera» (La Risaia 5 giugno’15). Con l’inizio della guerra, quindi, sembra che anche le diatribe di carattere sociale si spengano in risposta all'appello di unità patriottica lanciata dal sindaco Piero Lucca e dal deputato socialista Modesto Cugnolio.

lunedì 6 luglio 2015

L'Italia è in guerra! Vercelli si prepara alla nuova "battaglia per l'indipendenza"

Piero Lucca,
sindaco nel 1915
Il 23 maggio 1915 il governo italiano, guidato da Antonio Salandra, dichiara guerra all’impero Austro-Ungarico (e non a quello germanico) sancendo, di fatto, l’ingresso dell’Italia nella Grande guerra. Un ingresso che era già stato deciso un mese prima con il Trattato di Londra (benché segreto) e che era stato a lungo dibattuto nei giorni precedenti. L’annuncio quindi non sorprende più di tanto la popolazione italiana e vercellese che si prepara in vista della guerra imminente. Il 23 maggio viene convocato il Consiglio comunale (con tre consiglieri assenti perché richiamati alle armi) dove vengono varate le prime misure a favore delle famiglie dei militari richiamati e per necessità dovute allo stato di guerra in atto. I primi soldi per queste operazioni vengono raccolti da fondi che la città di Vercelli aveva istituito nel dicembre del 1851 e nel febbraio del 1868 a favore delle famiglie povere e dei feriti nelle guerre di Indipendenza. Il tutto per un totale di 44.700 lire. Il resto della seduta si limita a una serie di discorsi in cui tutti i partecipanti, compresi il gruppo dei socialisti (nei giorni precedenti sempre schierati verso il non intervento) che inneggiano all'unità nazionale e affermano che si stringeranno «intorno al vessillo tricolore per la difesa della patria, e riprenderemo a guerra finita la rossa bandiera dell’Internazionale» (La Sesia 25 maggio ’15). Mentre si sta svolgendo la seduta, fuori dal municipio parte della popolazione dà vita a una manifestazione patriottica spontanea, cui si uniscono Sindaco e consiglieri una volta terminata la seduta del Consiglio.
Monumento a Vittorio Emanuele II 
Monumento a Garibaldi
Questa non è l’unica delle manifestazioni che vengono organizzate nella città di Vercelli in quei giorni. Il 24 maggio, presso la chiesa di S. Agnese si tiene una celebrazione «per i nostri soldati e per la patria – in cui, alla presenza della Giunta, si pregò – invocando la vittoria per le armi italiane ed auspicando alla maggior grandezza della patria»(La Sesia 25 maggio ’15) a cui segue, quasi paradossalmente, la lettura della preghiera del Pontefice per la pace. Terminata la celebrazione fu la volta di una manifestazione patriottica a cui, oltre a tutta l’amministrazione comunale e associazioni varie spicca la presenza di un gruppo «dei garibaldini due quali in divisa, e quello dei vecchi del ricovero veterani delle battaglie dell’Indipendenza» (La Sesia 25 maggio ’15). Le glorie del risorgimento sono poi protagoniste anche del corteo che si snoda lungo le vie principali della città, sostando al municipio per «deporvi le corone ai monumenti a Vittorio Emanuele, Garibaldi, Carlo Alberto, Umberto I e Cavour, davanti ai quali disse patriottiche e applaudite parole il sindaco senatore Lucca» (La Sesia 25 maggio ’15); percorso che già alcuni studenti avevano spontaneamente seguito il giorno prima dopo il Consiglio comunale e che sottolinea quanto l’interpretazione della guerra (non a caso dichiarata solo all’Austria) come “Quarta guerra d’indipendenza” fosse radicata in parte della popolazione.
Monumento a Cavour
Monumento a Carlo Alberto

Monumento a Umberto I